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Prose e Poesie

 

Isa Chiappinelli Rianò

L'uccello del mare

e altri racconti

 

PIRIPI’  GALLETTINO  AVVENTUROSO

Piripì, il bel pulcino dorato, che crescendo giorno per giorno si avvia a diventare un galletto, sarebbe un amore di figliolo se non fosse un tantino disubbidiente, e, per di più, dotato di spirito d'avventura. Mamma chioccia è preoccupata più per lui solo che per tutto il resto della covata.

      «Vieni appresso a me. Sta vicino ai tuoi fratelli: sei ancora piccino e il mondo (che è poi il campo, al li là del cortile) è pieno di pericoli: volpi e faine astutissime, falchi predoni, cagnacci famelici.... ». Piripì sembra assentire col suo sommesso pio-pio, ma, in verità, nel suo cuore di futuro galletto pensa che sua madre, poverina, è ormai vecchiotta e arretrata, e in più molto pusillanime. Ecco perché non può capire come un pulcino moderno non possa stare sempre attaccato alle gonne (scusate: volevo dire alle penne) della mamma, ma debba avere iniziativa, conoscere il vasto mondo e fare le sue brave, personali esperienze. Tutte cose che mamma chioccia avrebbe invece sicuramente approvate, se le avesse sapute, consigliandogli solo di avere un po' di pa­zienza e di crescere ancora, prima di attuarle. Ma Piripì tace, tace e pensa (per quel che può pensare col suo cer­vello di... pulcino), e un bel mattino decide proprio di tentare l'avventura. Senza dare nell'occhio, gira e scruta intorno alla siepe che chiude il gran cortile, finché non trova un buchino da poterci passare. Vi si infila, si divincola, si sgraffia, vi lascia qualche penna, ed eccolo finalmente di là.    Libero! Libero e padrone di sè! Non glisembra vero. L'immensa distesa dei campi è tutta sua: altro che il cortile! E come l'acqua del ruscello, dove corre a dissetarsi, è più chiara e più fresca di quella del domestico beverino! Una gioia incontenibile lo invade, lo scuote, gli fa allargare le ali, allungare il collicino, aprire il becco: ed ecco, meravigliato, ascolta sé stesso cantare in faccia al nuovo sole il suo primo, trionfale, seppur stonatissimo, chicchirichì.

       Come passa veloce la giornata di libertà uanti vermolini e lumachelle nell'orto fra la fresca insalata, quanti bruchi sulle piante, quanti chicchi buoni nelle aie vicine! Di tutto Piripì fa una scorpacciata rnemorabile; e così non s'accorge che il sole sta calando, che le ombre s'allungano sul prato; razzola ancora, sollevando nuvoli di polvere, sazio e immernore, chioccolando di felicità.

       Ma cos'è che si leva là in fondo verso ill mare, roseo e rotondo come un sole nascente? È sera o è mattina? Piripì rimane un istante perplesso: non ha mai visto la luna, lui. Quando essa sorge, Piripì è sempre a nanna, nel pollaio, al calduccio, sotto le ali di mamma chioccia. Vorrebbe salutare, come ha fatto a1 mattino, con un gioioso chicchirichì quel secondo sole, sorto per incanto dalla parte opposta a quella dove è tramontato il primo un momento fa. Invece ha un brivido di freddo; un senso di paura l'assale, e riesce solo ad emettere un timido piopio. Si sente di nuovo pulcino, piccolo e indifeso, desidera il cortile, il pollaio, la rnamma. Sì, perché ormai è sera, non c'è dubbio, ed è solo e lontano da casa. Il timido pio-pio diventa sempre più angoscioso, e sempre più affannata la ricerca della via del ritorno.

        Com'è faticoso ritrovarla, in quella luce incerta, fra l'intrico delle piante e del cespugli, guidato com'è soltanto dal proprio istinto! Ogni ombra, ogni rumore gli sembra che celi un pericolo mortale: la volpe, la faina, i cagnacci, contro cui tante volte mamma gallina ha messo in guardia i suoi pulcini, chioccolando amorosamente, non gli sembrano più, no, una favola.

      Ma ecco, alfine sente di non essere più tanto lontano dai suoi luoghi: casa, dolce casa! Eccola disegnarsi contro il cielo nella chiara luce lunare, col suo vasto cor­tile attorno, col pollaio e il canile. Se un pollo potesse piangere di gioia, Piripì in quel momento piangerebbe: ma i polli non possono piangere, e neanche ridere, come un modo di dire sembra invece affermare. Piripì deve limitarsi al solo, modesto, pio-pio, mentre gira affannosamente intorno alla siepe con l'ansia che lo divora, e non sa più ritrovare il buchino da cui è evaso al mattino. « Pio-pio! » -- ora il suo verso è un richiamo insistente, angoscioso, cui infine risponde, dall'interno del pollaio, un altro richiamo premuroso, prima basso, quasi incredulo, poi sempre più alto e lieto: « Cloc, cloc, cloc... ». Le due bestiole si chiamano, si rispondono, si inten­dono, si dicono mille cose.

       Tutto il pollaio fa da coro coi versi gallinacei dal significato più vario: allarmati, seccati, curiosi; e la voce autorevole del gallo scandisce alti «codè, codè, cocò! », cercando invano di ristabilire l'ordine, e il cane fa da contrappunto con furiosi latrati. Piripì ascolta, risponde, e non s'accorge, no, che la porta di casa si apre, qualcuno esce, gli è dietro: sente solo una manaccia artigliarlo con malagrazia e una voce arrabbiata urlare qualche cosa: pensa che sia la fine, chiude gli occhi, trema come una foglia .... Ma non è la fine: è solo Beppe, il fattore, che svegliato da quel diavoleto appena che stanco morto, dopo una giornata di lavoro, si era buttato sul letto a dormire, ha spalancato la porta e, capito tutto, è arrivato cautamente accanto a Piripì e lo ha ag­guantato gridando: «gallettaccio della malora!» per scaraventarlo irato nel pollaio.

       Povero Piripì. Può ben dire, tutto sommato, che la sua scappata gli sia costata alquanto. Ma gli servirà di lezione per l'avvenire?

 

 

 
 
 
 
 

 

 

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