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Prose e Poesie

 

Isa Chiappinelli Rianò

L'uccello del mare

e altri racconti

 

IL  CHIU’

 Non era bello il chiù che Micu, il ragazzo dei contadino, mi aveva regalato. A quella naturale assenza di grazia che è propria di questi notturni uccelli, aggiungeva una certa goffaggine dovuta forse alla sua estrema giovinezza: aveva ancora infatti, sul grigio delle piume, quella peluria gialla che è propria degli uccellini di nido Ma gli volli subito bene lo stesso, così piccolo e indifeso, quasi dimesso nella forma e nei colori. Di sorprendente, quasi d'inverosimile in quel piccolo essere trepido, non vi erano che gli occhi, tondi, gialli, quasi immobili, che destavano insieme curiosità e timore.

    «Come lo hai preso?» domandai a Micu. Mi rispose che aveva scoperto il nido nel tronco d'un vecchio olivo.

    Carezzai l'uccello in segno di protezione, ma questo, forse sentendosi stringere un poco, s'avventò alla mia mano col becco ancor giallino e tenero, in un commovente gesto di difesa.

    Il cane, che s'era intanto avvicinato, lo fiutò con diffidenza, e mentre io stavo all'erta per parare una sua eventuale aggressione, vidi invece che si allontanava perplesso. Evidentemente non gli era mai capitato di cacciare una tale selvaggina: il chiù, che poi selvaggina non è perché non commestibile, ha infatti vita strettamente notturna e alle prime luci dell'alba si rintana a dormire.

     Portai dunque il chiù su in casa, e lo posi sul tavolo. Rimase immobile e misterioso come una piccola divinità egizia, e solo una o due volte, quando tentavo di lisciarlo, ripetè, quasi meccanicamente, quel piccolo gesto aggressivo del becco.

     Anche Fuffo, il gatto, dopo aver fissato un po' quei gialli occhi fermi, girò al largo. «Bene» - pensai - «così nessuno lo disturberà, e non ci sarà bisogno di gabbie».

     Lo sistemai infatti in una vecchia scatola dagli orli bassi, sul mio tavolo, con accanto il beverino e il mangime, ma egli li ignorò in modo assoluto. Restava tutto il giorno immobile come una sfinge, roteando solo ogni tanto i globetti luminosi degli occhi. Non sembrava quasi una cosa viva. Ricorsi allora a Micu, il ragazzo che me lo aveva regalato.

    «Non mangia» gli dissi, triste.

    Mi chiese cosa gli davo, poi scosse la testa:

    «Non voli sti cose» rispose. Si curvò per terra, scavò col dito nella maggese fresca. Un lombrico lungo, scuro e sottile, emerse dibattendosi. Io inorridii quando Micu me lo posò sul palmo della mano, ma per amore del chiù mi feci forza.

     «Chistu gli piaci. E poi vavalaci*, cicali...».

     Corsi a deporre davanti al mio uccello il verme, legato stretto come un impiccato alla estremità di un filo: e come fu sera, non vi trovai che il piccolo cappio vuoto.

    Così il chiù pose fino allo sciopero della fame. Sembrò anzi attendere con impazienza, ogni sera, il mio trafelato ritorno dai campi, ove ero stata in cerca di grilli, di vermi, di lumachine. Adesso non ripeteva più, no, quel gesto nemico del becco, ma inchinava lievemente il capino come a riconoscere, fra brusco e lusco, le provviste che gli portavo, e che poi avidamente divorava.

      Il piccolo chiù si rivelo il più impenetrabile fra le tante bestiole che mi furono amiche. Mi seguiva, è vero, coi tondi occhi gialli appena calava la sera: ma non so se il suo interesse era rivolto alla mia persona o ai viveri che gli portavo. Quanto a me, mi ci ero affezionata ormai, suscitando le meraviglie e le critiche dei familiari e delle mie compagne che lo guardavano appena da lontano, orripilate. Un gufo, si sa, non è un canarino né un usignolo, e si è abituati più a vederlo raffigurato accanto a vecchie streghe, che a trovarlo vivo sul tavolo di una ragazzina. Ma questi non mi parevano di certo motivi validi per detestarlo, semmai per proteggerlo contro la malevolenza generale.

      Fu nelle chiare e calde notti estive che presi l'abitudine di metterlo fuori, sul davanzale della mia finestra, in un cestello ovattato. Lo sentivo a volte rispondere, pian piano, al richiamo dei suoi simili: «Chiù!». Pareva, così basso e staccato, più che un canto, un singhiozzo: chissà quale meraviglioso e impossibile sogno di libertà finiva per lui quando, al mattino, lo riportavo sul tavolo della mia camera.

      Così il tempo passava.

     Ormai, a furia di lumachine e di cicale, di notti chiare e di riposi diurni, il chiù s'era fatto grande e robusto, e, perduta la gialla peluria giovanile, le penne gli erano cresciute scure e forti. Il suo canto notturno non era più un singhiozzo sommesso, ma pareva un grido di speranza, o un richiamo d'amore. Sentivo a volte, in ri­sposta al suo, un altro canto: «Chiù!»; un duetto monotono eppur vario, nelle inflessioni, nel distanziarsi o ravvicinarsi dei richiami.

     Il mio sonno ne era ormai seriamente compromesso. Qualche volta, seccata, m'ero alzata a spalancare la finestra: avevo intravisto, nella dolce notte estiva, l'altro chiù svolzzare spaventato fra gli ulivi argentei che circondavano la casa, senza peraltro allontanarsene: e poi l'avevo udito riprendere ancora il suo richiamo, cui immediatamente faceva riscontro, trepido, quello che partiva dalla mia finestra.

     Ed ecco, ormai me lo aspettavo, una mattina trovai vuoto il cestello. Me ne consolai solo a sera, quando, con le prime ombre, mi giunse quel verso ormai familiare dai grandi ulivi vicini: non era un a solo, ma un accordo a due voci, chiaro, gioioso, perfetto.

 

* Lumachine (dialetto calabrese).

 

 

 
 
 
 
 

 

 

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