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Prose e Poesie |
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Isa Chiappinelli RianòL'uccello del maree altri racconti |
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Ha fatto molto freddo durante l'inverno.
Madama Lucertola ai primi geli s'è tappata in casa, prudentemente, e non ne è uscita più. Ama il sole , lei, il caldo, il sereno. Detesta l'inverno maligno e crudele, con le sue piogge, le sue nevi, il suo gelo; quando arriva, essa, creatura solare, preferisce ignorarlo: dorme allora per lunghi mesi, ben sistemata nell'ultima e più calda stanza di casa sua.
Perchè, non si fa ora per dire, ma Madama Lucertola è una vera signora. Abita una spaziosa casa esposta a mezzogiorno, profondamente scavata nel muro della vecchia villa, protetta e allietata da un meraviglioso ciuffo d'erba, che cresce, manco a farlo apposta, in una vicina crepa del muro.
Riscaldamento centrale, che funziona alla perfezione, sissignori: il muro dove c'è il buco, pardon, la casa di Madama, è proprio quello al quale è addossata la secolare cucina campagnola della villa. Altro che gas o elettricità! Come cent'anni fa, vi ardono nel camino, ininterrottamente, dei ceppi così. E la vecchia Maria Rosa, la balia della mamma che adesso coccola e vizia i ragazzi di casa, ne conserva, la sera, ben coperta di cenere, la brace per il giorno seguente, come una vestale il fuoco sacro. Poi, all'alba, basta smuoverla, poggiarvi sopra la legna secca, e soffiare un pochino con la grossa canna forata destinata all'uso: il fuoco divampa all'istante, e la casa della lucertolina è più calda che mai. Ci si crogiola Madama, rivoltandosi sull'altro fianco per riaddormentarsi. A meraviglia. Lei è più furba e più saggia degli uomini, che si danno tante arie. Loro, si sa, son venuti al mondo dopo le lucertole, l'ultimo giorno della creazione. Quella vecchia Maria Rosa che si affanna sempre in cucina.... Fra veglia e sonno, vien voglia quasi di riderne a Madama, compassionandola benevolmente. Lei la vede chissà quante volte, anche nella buona stagione, affannarsi giù in cucina, quando sale sulle tegole a prendere il sole, e s'affaccia tra l'una e 15 altra, a curiosare dentro. Sempre in faccende, a spignattare, a rigovernare, a ripulire, anche con quel bel cielo e quel bel sole che invitano solo a stendersi e a goderseli... Mah! Ecco, lei ha la casa, e il calduccio, e il giardino e il frutteto come una vera signora, senza muovere una zampa. Appunto lì, a due passi dal muro, c'è un mandorlo più alto della villa stessa, che quando al primo soffio di primavera si ridesta, mette fiori fin sul tronco scuro e rugoso...
Sogna la lucertolina, o davvero un candore appena roseo le carezza già le palpebre? No, non sogna, anzi adesso ha aperto completamente gli occhietti, e muove qualche passo, pigra e insonnolita, verso la soglia. Qualcosa la ostruisce, come una serica, impalpabile tenda: e per quanto raffinata, Madama non usa in casa sua simili ingombri; non ha tende, vuole il sole, senza compromessi. Che sarà dunque? Sbatte le palpebre, con gioia incredula: forse ...No, non s'è ingannata: è un petalo, un roseo petalo che un soffio di vento ha staccato dal mandorlo e fatto cadere proprio lì, sulla soglia di casa. Primavera! Sente una gioia grande e bella come la vita stessa correrle come un brivido nel piccolo corpo. Primavera: vuol vedere, vuole affacciarsi.
Fa, pian piano, con le membra indolenzite dal troppo prolungato riposo, qualche passo, mette fuori il musetto aguzzo, gira la testina ansiosa: non si è ingannata.
Il mandorlo è tutto in fiore, e somiglia a una rosea nuvola contro lo sfondo azzurrissimo del cielo, e il vento porta odori di viole e di vigneti in fiore... Però brrr! Porta anche il fresco delle cime dei monti ancora incappuciate di neve. Il mandorlo, a volte, sembra anche lui percorso da un brivido, e lascia al vento che lo carezza un'onda lieve di petali...
Madama Lucertola è saggia e prudente, ha molta cura della sua salute. Ritira il capino, fa marcia indietro fino all'ultima camera del suo appartamento, la più calda, s'appisola di nuovo, e ritrova anche nel sogno forse, e nell'attesa, mandorli in fiore contro lo sfondo di azzurrissimi cieli e profumi di viole e di vigneti in fiore. Ma finalmente quando si ridesta in modo definitivo, è primavera inoltrata, grazie a Dio, e la dolce estate carica di frutti è alle porte.
Già qualche primizia, la vecchia Maria Rosa, è andata a coglierla nel frutteto, e la pone con cura gelosa al fresco sulla finestra, a tramontana, che la vecchia afferma sia migliore del frigorifero, in attesa della colazione dei padroncini. Vuol essere ben lei a cogliere le prime ciocche di ciliege, le prime vellutate albicocche; è un privilegio che non cede a nessuno.
Adesso, nell'attesa, sogguarda la frutta di tanto in tanto, pregustando nel suo cuore semplice e buono, la sorpresa dei ragazzi e le loro gioiose esclamazioni. Non sa, la vecchia Maria Rosa, che Madama Lucertola ha naso fino. Non sa che un delizioso profumo le ha appunto solleticato le nari. Non l'ha vista, che, rapida e furtiva, s'è affacciata al suo buco (pardon!), ha fatto poi capolino all'orlo del davanzale, e dopo aver girato a destra e a manca il capino triangolare, tagliato in due dalla vorace bocca, visto il momento buono si è infilata nel cesto della frutta. Non ha visto, la vecchia Maria Rosa. Ma è Madama Lucertola, non i suoi ragazzi a dare il primo goloso morso alla frutta, e degustarne beata i dolcissimi succhi. Non ha mai studiato, lei, l'importanza delle vitamine, ma sa ugualmente che la frutta è buona tanto, e fa bene.
Giorno per giorno si sente rinascere dopo averne fatto una buona colazione (non troppa, per carità, per non perdere la linea) senza neanche scomodarsi a scendere giù nel frutteto. Poi si stende al sole, felice.
Non ha più, adesso, la pelle rugosa e grigiastra dei primi giorni del risveglio. È bronzo, bronzo vivo, lucido, con meravigliose striature giallo verdine sui fianchi. Quando corre rapida nel sole, giocando sui muri con le cornpagne, o inseguendo un insetto, è certo la più svelta, la più agile e colorita.
Maria Rosa non sa, né vuol sapere tutte queste cose. Non ha tempo nè voglia di fare considerazioni e osservazioni su Madama Lucertola. Per lei, madama o non madama, è solo una bestiaccia che le sciupa la frutta e un giorno 01'altro troverà certo modo di ficcarsi anche nella brocca di creta, rivestita di lieve muschio verdastro, che lei mette in fresco accanto alla frutta sulla finestra di tramontana, per berci.
Giusto la vede spesso girare attorno: e giura, sì, giura, la vecchia domestica, che se le capita a tiro di scopa, le insegnerà lei a far la Madama, sul serio. |
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Fido, povero cane fedele! La sua storia è triste, ragazzi, ma ve la racconto lo stesso, perchè dovete sapere come anche le bestie abbiano la loro sensibilità e i loro affetti, le sofferenze e le malattie. Perciò noi dobbiamo amarle e rispettarle, come creature del buon Dio, anche se nettamente inferiori all'uomo.
Fido dunque era il nostro cane; non vantava una razza pura (un «pedigree» come si usa dire), anzi il suo albero genealogico risultava piuttosto confuso. In cambio o forse appunto in virtù del suo sangue misto, si adattava con molta facilità a molti mestieri canini, per quanto la sua passione fosse la caccia; e le forti zampe, il pelo setoso e le lunghe orecchie facevano pensare che qualche suo non lontano antenato fosse stato un setter.
Io lo ricordo, in certe brumose albe autunnali, i magri fianchi frementi d'impazienza, precedere con lo sguardo mio padre verso la doppietta e il carniere, o fare, di tanto in tanto, corse ansiose verso il cancello. Oppure, seduto immobile sulle zampe posteriori, fissare di sull'uscio della cucina le verdeggianti distese di campi, e guaire piano dal desiderio di raggiungerli. Tornavano verso il meriggio, esso e mio padre, lietamente stanchi, pieno il carniere di povere bestie insanguinate, che la vecchia Caterina avrebbe più tardi spennato borbottando perchè le riempivano la cucina di piume, e arrostito allo spiedo, sul fuoco di legna, in modo mirabile, profumandole di salvia e rosmarino. Fido, con la serena coscienza del dovere compiuto, ne attendeva in pace gli ossi.
Ma, come dicevo, Fido non era soltanto un cane da caccia. La notte faceva ottima guardia alla casa e alla stalla, e perlustrava scrupolosamente la tenuta abbaiando ad ogni minimo frusciar di foglie.
Spesso poi giocava con noi ragazzi, correndo e ruzzando felice, latrando di gioia quasi facesse da contrappunto alle nostre grida festose, lasciandosi càvalcare dai più piccoli, docile come un agnellino. Mia madre si fidava di lui, particolarmente dopo che le aveva dato una prova quasi eroica del suo attaccamento e della sua dedizione verso di noi. Rivedo ancora, in quell'assolato meriggio di settembre, noi ragazzi, a braccia e gambe nude, giocare cercando refrigerio attorno alla grande vasca d'irrigazione, nell'orto. Rivedo il più piccolo chinarsi un po' troppo nel varare le sue barchette di carta, perdere l'equilibrio; risento un piccolo grido, un tonfo, e (mentre noi paralizzati dallo spavento non riuscivamo nè a muoverci nè a gridare) un latrato che sembra un urlo e un altro tonfo: Fido si era lanciato in acqua, aveva afferrato con i denti Angelo per la camiciola, e lo riportava decisamente verso l'orlo della vasca. Da allora Fido diventò il nostro eroe familiare, il protettore e il guardiano di noi ragazzi.
D'altronde egli mostrava di gradire molto la nostra compagnia, preferendola persino a quella di Lilla, che avrebbe dovuto essergli più congeniale. Lilla era una cagnetta mite e insignificante, a cui Fido concedeva solo una cavalleresca e solidale protezione.
Solo con Micia, la gatta di casa, Fido litigava. Doveva avere con essa, io penso, un fatto personale, perché ovunque la intravedesse, sempre, scattava come una molla e si dava a rincorrerla: Micia, con i grandi occhi smeraldini dilatati dal terrore, la schiena inarcata e il pelo irto, schizzava via soffiando come una piccola furia. Si udiva un tramestio, un diavoleto di latrati e di miagolii, uno stridio d'unghielli raspanti in corsa pazza l'impiantito, finché Micia trovava scampo su qualche albero, e di lassù, ormai al sicuro ma ancora agitatissima, soffiava improperi a Fido che le continuava ad abbaiare da terra minaccioso, ma alquanto mortificato per non poterla inseguire oltre.
Ma Micia era il solo essere - oltre la selvaggina, che cacciava per istinto e anche per dovere professionale, e i malintenzionati contro cui abbaiava implacabilmente - che potesse temere Fido. Dico temere, ma penso che Fido volesse solo ridere ( se così si può dire parlando di un cane e di una gatta) alle spalle di Micia, nel vederla così arrabbiata e tremebonda; chè altrimenti avrebbe potuto raggiungerla e azzannarla ben più facilmente di una lepre.
Ma ecco dunque che mentre Fido vive la sua serena vita di onesto cane campagnolo, avviene l'imprevisto, che segna per noi ansie e dispiaceri, per lui, povero cane, così affezionato, la malattia e la fine. Ecco che un giorno non viene più a giocare con noi ragazzi, ma rimane solo e malinconico in un cantuccio, e alle insistenze di mio fratello, alle affettuose tirate d'orecchio, risponde anzichè accettandole giocosamente come sempre, con un piccolo morso, ma dato sul serio, con un accenno di ringhio. Oh! Una cosa da nulla, appena il segno di un canino tra il pollice e l'indice della mano destra: mio fratello non ne fa punto caso, ma si stupisce soltanto e, come tutti noi ragazzi, non comprende. Quando però la sera rientrò mio padre e non vide Fido corrergli intorno con affettuosa furia, chiese dove fosse, lo chiamò; e come quello non si mosse dal suo angolo ma si limitò a guardarlo con occhi tristi e opachi, corrugò la fronte, e più ancora quando la scodella della zuppa che lui stesso volle portargli rimase intatta.
Fido ci guardava di tanto in tanto, e i suoi occhi erano sempre più tristi ed ora parevano iniettati di sangue. Forse si sentiva colpevole, certo era malato.
«Mi ha persino morsicato» disse, incidentalmente, mio fratello; e di certo a mio padre non fu difficile collegare i fatti e trarne le conseguenze. Ma allora ci parve strano che egli attribuisse tanta importanza alla cosa, che si preoccupasse; che fosse fatto venire subito un medico, che Fido fosse messo alla catena per qualche giorno, e che nessuno, tranne papà, potesse avvicinarlo. La parola idrofobia, che sentivamo pronunciare sottovoce come una tremenda eventualità cui non si voglia neanche dar chiaro senso e suono, a noi piccoli non diceva niente.
Mio fratello partì immediatamente per la città, accompagnato dalla mamma, per entrare in ospedale. Fido sparì, e alle mie insistenti richieste, mi fu detto che era «tenuto in osservazione», frase per me non meno sibillina delle precedenti. Nè mi fu detto oltre, certo sapendo come gli fossi affezionata. Ma forse la sorte del povero cane era già segnata.
Una mattina all'alba, prima che mia madre e mio fratello tornassero, sentii un colpo di fucile: balzai dal letto e corsi, a piedi nudi, verso l'uscio della cucina, nella speranza di rivedere finalmente una scena prima consueta: Fido accanto a papà, intenti ambedue a cacciare. Invece mio padre rientrava in quel momento, senza carniere, e sulla bella fronte, di solito serena e luminosa, aveva un'ombra, una ruga forse approfondita da una sofferenza a me ignota; e il suo passo mi parve pesante e l'andatura quasi stanca. Come mi vide, mi rimandò subito a letto, quasi infastidito della mia presenza, e anche questo era stranamente inconsueto.
Fido non lo vidi mai più.
C'era ormai solo Lilla, cui nessuno badava. Chissà perché, adesso, - pensavo - andasse sempre ad acciambellarsi su un mucchio di terra smossa di fresco, nell'orto, e avesse nello sguardo dei miti occhi cisposi l'ombra di un dolore che pareva quasi umano. |
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Selvatichina era una pollastrella senza dubbio graziosa, con le sue penne bigie e il bel ciuffetto sulla testa, che le dava un'aria sdegnosetta, ma dimostrava un cattivo carattere. Almeno così pensavamo noi ragazzi, cui non riusciva mai di metterle le mani addosso, come facevamo, giocando e rincorrendole, con le altre galline.
Quando mia madre poi usciva sull'aia, reggendo con le mani il grembiule pieno di dorati chicchi di granone, e lanciava il suo richiano: « Chit, chit, chit », tutto il pollame le si affollava intorno, meno Selvatichina (era stata appunto la mamma a darle quel nome) che si teneva al largo quanto era possibile, beccando con una specie di sostenuta diffidenza i chicchi più lontani. Eppure era nata nel nostro pollaio, e i suoi fratelli di covata erano comunissimi polli, stupidini e chiacchieroni come tutti i polli di questo mondo, e sua madre un'onesta gallina che deponeva quasi giornalmente il suo uovo nel nido. Perchè dunque Selvatichina era così? Perché voleva distinguersi? Forse per quel grazioso ciuffettino che lei sola, fra tante pollastre, portava sul capo? Superbia, scontrosità, diffidenza, chi lo sa. Adesso, a conti fatti, riconosco che erano difetti superficiali, e che era in fondo una brava gallina. Dirò dunque come certe mamme quando vogliono scusare i loro discoli: Selvatichina aveva, se così ci si può esprimere riferendosi ad un pollo, una sua personalità.
Ma, come accade in tali casi anche ai ragazzi, non era ben vista nel piccolo mondo del cortile. È certo infatti che quando le sue sorelle pollastre razzolavano allegramente, sollevando nuvoli di polvere, e chioccolando fra loro chissà quali maldicenze, Selvatichina non faceva mai parte del gruppo, ma le guardava sdegnosa, fiera delle sue ravviatissime penne, e del suo impeccabile ciuffetto. È certo anche che dava taglienti beccate ai suoi fratelli galletti, ormai imbaldanziti della loro crestina alquanto cresciuta, che portavano con regale dignità, come una purpurea corona, o sventagliavano come una piccola bandiera quando allungavano il collo per lanciare i loro mattutini, vibrati chicchirichì. Che se poi capitava loro, data la giovane età, di fare qualche stecca nel canto, Selvatichina aveva un suo modo di guardarli per traverso, chioccolando come se ridesse! E questa mancanza di rispetto li faceva arrabbiare per davvero, abituati come erano alla servile adulazione delle altre gallinelle. Prendevano allora inferociti la rincorsa per punirla, ma Selvatichina non scappava nè si acquattava: li appettava con piè fermo, e duellava con essi onorevolmente, riportando non di rado la palma della vittoria. Mia madre la guardava perplessa: che fosse un galletto? No, non era un galletto, era solo una gallina un po' originale, dotata, ripeto, di una forte personalità.
Non crediate che io vi racconti frottole: sono fatti realmente avvenuti quando io, ragazza come voi, vivevo in campagna, e i miei amici erano i cani, i gatti, i polli, le caprette. Ottimi amici in verità, che conoscevo profondamente a uno a uno, e di cui serbo felici ricordi.
Tornando dunque a Selvatichina, vi dirò che era ormai diventata una leggiadra gallinella, e un giorno, col suo allegro coccodè, avvertì l'intera fattoria di aver deposto il primo uovo. Ma non trovammo l'uovo nel nido comune, dove lo deponevano le altre galline. C'era da aspettarselo, disse mia madre, ma bastava un poco di pazienza e tutto si sarebbe accomodato.
L'indomani mi ordinò appunto di andare in cortile, e tenere d'occhio Selvatichina. Avrei dovuto scoprire dove andava a fare l'uovo. Mi ci misi con buona volontà, ma le ore passavano e Selvatichina non si decideva. Si sentiva spiata? Non so, ma alle volte mi guardava in tralice e faceva quel certo verso, co, co, co, quello, sapete, della presa in giro.
C'erano nel cortile fiori e formiche, farfalle e piantine che crescevano nei muri sgretolati del pollaio, e, persino, un nido di passerotti in una macchia di rosai selvatici. Voi mi capirete se vi dico che mi distrassi. Credo che mia madre non mi capì ugualmente. Le mamme hanno le loro ragioni, e vogliono essere ubbidite. Fatto sta che nel bel mezzo del discorso, mentre cioè io confessavo alla mamma di aver perduto di vista la gallina, e lei mi somministrava qualche innocuo sculaccione, Selvatichina lanciò il suo trionfale coccodè. Donde veniva? Mah! Eccola lì che si dissetava tranquillamente al beverello. Mia madre si rodeva: due uova già perdute!
L'indomani dislocò me e i miei fratelli nei punti più strategici. In tanti, disse, avremmo bene scoperto il nido, pedinandola, ma quella gallina pareva essere indiavolata. A una certa ora io e i miei fratelli ci si ritrovò a rivolgerci l'un l'altro affannosamente la stessa domanda: «Hai visto Selvatichina?». Selvatichina si era misteriosamente eclissata. Quando, mortificatissimi, andammo a riferire alla mamma l'esito della spedizione, questa, come un generale che veda fallire i propri soldati, prese una decisione eroica: «La prossima volta andrò io». E così fece. Ma, incredibile a dirsi, non ebbe fortuna neanche lei. O perchè, sempre operosa, si portò dietro la calza, sulla quale bisognava pure ogni tanto fermare gli occhi; o perché due o tre volte dovette per un momento rientrare in casa a sorvegliare la cottura dei fagioli; o perché infine quella gallina sembrava avesse davvero il diavolo in corpo, fatto sta che non scoprì nulla neanche la mamma. Le cose rimasero così per un certo tempo. C'era poco da fare: Selvatichina ci aveva bellamente giocati, nè d'altronde si poteva continuare a perdere le giornate dietro a lei; un giorno o l'altro, concludemmo, il nido, ormai ricco di uova, sarebbe stato certamente trovato. Ma non trovammo un bel nulla, anzi, durante il mese di aprile sparì anche Selvatichina.
La cercammo e l'aspettammo inutilmente per alcuni giorni. Poi non ci pensammo più. Con la cattiva abitudine che aveva di allontanarsi e di non stare in branco con le altre galline, ritenemmo che fosse finita facile preda di qualche bestia o di qualche ladruncolo. Erano passate alcune settimane dalla sua scomparsa. Ormai si era in maggio, poco dopo la Pasqua, e l'aria era dolce e tiepida nelle nostre campagne. Le galline sagge e timorate covavano le uova nel pollaio, in attesa che si schiudessero, e gli agnellini bianchi e soffici come matasse di lana posate sul verde del prato, davano a vederli un senso di pace e di gioia. Era primavera, insomma.
Noi sedevamo in circolo sull'aia, dopo il lavoro, come si usa nelle belle giornate. Non so chi per primo intese quel caratteristico «cloc, cloc!», che è proprio delle chiocce, e si volse, pensando che qualcuna delle covatrici avesse lasciato il nido. Ma restò senza fiato per la sorpresa, e così noi tutti, quando vedemmo: Selvatichina avanzava con le ali aperte, come a proteggere e chiedere insieme. Tredici batuffolini soffici, morbidissimi, gialli, bruni, striati, le facevano, pigolanti, corona; e lei veniva, umile ormai nella sua gloria, chiedendo col suo «cloc, cloc» cibo e asilo per i suoi piccoli. Povera, cara Selvatichina, l'avevamo giudicata un po' male. Aveva voluto, orgogliosa, fare da sè, ma aveva generosamente resistito e pagato del suo.
Era magra, spennata, con la crestina, un tempo tanto altezzosa e vermiglia, ridotta a un cencetto grigio. Aveva sofferto il freddo la notte, covando in qualche siepe nascosta; aveva sofferto certamente la fame, sola e senza assistenza, ma non aveva lasciato le uova, aveva saputo resistere eroicamente. L'amore materno era stato più forte di ogni disagio, e adesso la faceva anche rinunciare a quella sua innata, invincibile fierezza. E così la storia di Selvatichina finisce. Perché divenne una normale chioccia, accettò grata vitto e cure per i suoi pulcini, come era giusto, li allevò con amore, e quando furono grandi e seppero f are da sé, lei visse nel nostro pollaio i rimanenti suoi giorni come le altre comuni galline.
E le comuni galline, voi lo sapete, non hanno storia. |
IL PESCIOLINO D’ARGENTO |
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Un pesciolino d'argento, striato di nero, ha abboccato all'amo, e ora si dibatte in capo al filo della canna, mentre Lello, esultante, corre a farlo vedere ai fratellini, che poco più in là giocano accanto alla mamma.
- Ho preso un pesce!
Lilli e Lalla, che hanno da poco finito di costruire un meraviglioso castello di sabbia, balzano in piedi elettrizzati, mentre la mamma guarda con pena la bestiola che guizza e dà strattoni disperati.
- Sai che facciamo? dice Lilli che è sempre il più intraprendente. - Mettiamolo subito in acqua nel secchiello. Intanto, vicino al castello, costruiamo un giardino con una bella vasca e poi ve lo sistemiamo.
Il pesciolino nuota affannato nel secchiello, dà di testa e di coda continuamente in quelle anguste e coloratissime pareti, si acquatta come terrorizzato verso il fondo, risale; un filino di sangue riga l'acqua uscendo dalle sue piccole fauci, dove l'amo ha agganciato.
I ragazzi lavorano alacremente, aiutati dai loro compagnetti venuti a vedere il pesciolino. Lello è pieno d'iniziativa.
- Pietre! - grida come un esperto muratore, mentre gli altri, miseri manovali, ubbidiscono.
- Acqua! - Eccoli portar l'acqua svelti e compunti, con piccoli secchielli, annaffiatoi e persino nella conca delle loro piccole mani. Infine la vasca è pronta. Vi hanno messo d'intorno dei ramoscelli verdi, ficcati nella sabbia: sono gli alberi del giardino. Di certo il pesciolino sarà felice e orgoglioso di vivere in una tal vasca e in una tal villa, anzichè sentirsi sperduto nel vasto mare. - È vero, mammina?
La mamma guarda il pesciolino: i suoi guizzi, anche se più lenti, le sembrano disperati, mentre le branchie gli si dilatano come nell'ansia di trovare il respiro. Di certo ha esaurito la limitata provvista di ossigeno che l'acqua del secchiello poteva contenere, e ora si dibatte soffocando, per ricadere di tanto in tanto come inerte, col pancino in alto.
- Fate presto, bambini: il pesciolino ha bisogno di acqua nuova - raccomanda la mamma, mentre pensa come farà a convincerli che, fuori del mare, morirà.
Ora si provano a levarlo dal secchiello, ma il pesciolino scivola loro fra le dita, solletica le loro palme.
- Lascia fare a me.
- Tu non ci riesci, provo io.
Provano tutti e tre, si accalcano intorno al secchiello, lo urtano, lo rovesciano. Il pesciolino fa salti disperati e insospettati, boccheggiando sulla sabbia asciutta.
- Fermi! - ordina la mamma.
Si alza dal seggiolino, e con la palettina, pian piano, spinge il pesciolino nella vasca, sotto l'ombra degli alberelli, accanto al castello.
- Ecco che si riprende.
Si riprende infatti, e nuota tranquillo: la vasca è più grande del secchiello e la ghiaia che la riveste ha un colore per lui familiare. I bimbi non si stancano di guardarlo compiaciuti.
Ma ormai è mezzogiorno, è l'ora di rincasare, dice la mamma.
- E il pesciolino? - domandano in coro, preoccupati, i bambini. Si consultano sul da farsi. Portarlo a casa? Lasciarlo qui, nel giardino del castello? La mamma pensa che è il momento d'intervenire:
- Bambini, il pesciolino d'argento morirebbe in tutti i casi. Ha bisogno di mare come noi dell'aria. Fate una bella cosa: restituitegli la libertà, e chissà come sarà felice dopo questa penosa avventura!
Mamma! - protesta Lello con calore. - Una volta tanto che son riuscito a pescare! Allora tutto il pesce che viene portato al mercato... non lo si ributta in mare!
- Certo, Lello. Ma se la pesca vera e propria è utile all'uomo perché serve a fornire un ottimo alimento, e a procacciare da vivere a quelli che vi si dedicano, il sacrificio di questo povero pesciolino risulterebbe completamente inutile. Su, da bravi, ridategli la libertà! E poi - aggiunge con un sorriso - chissà che il vostro pesciolino d'argento non sia un parente povero del pesciolino d'oro. Ricordate la bella fiaba di Grimm? - Sì, i ragazzi la ricordano. E la mamma ha saputo perorare bene la causa del pesciolino presso di loro, aggiungendo alla realtà un pizzico di fantasia.
Eccoli, convinti e un po' assorti, scavare al comando di Lello, un canale che collega la loro vasca al mare: ecco l'acqua defluire e rifluire, secondo l'alterno moto delle onde, ecco il pesciolino d'argento venire risucchiato rapidamente da esse. I bimbi lo seguono un istante con lo sguardo, poi fissano il mare aperto, lieti di aver saputo essere generosi.
- Bravi bambini! - La voce della mamma li scuote.
- Siete stati buoni. E nessuna cosa è migliore del bene compiuto, anche verso la più modesta creatura.
Su questa affermazione, come tre punti fermi, tre baci della mamma: uno a Lello, uno a Lilli, uno a Lalla. |
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Piripì, il bel pulcino dorato, che crescendo giorno per giorno si avvia a diventare un galletto, sarebbe un amore di figliolo se non fosse un tantino disubbidiente, e, per di più, dotato di spirito d'avventura. Mamma chioccia è preoccupata più per lui solo che per tutto il resto della covata.
«Vieni appresso a me. Sta vicino ai tuoi fratelli: sei ancora piccino e il mondo (che è poi il campo, al li là del cortile) è pieno di pericoli: volpi e faine astutissime, falchi predoni, cagnacci famelici.... ». Piripì sembra assentire col suo sommesso pio-pio, ma, in verità, nel suo cuore di futuro galletto pensa che sua madre, poverina, è ormai vecchiotta e arretrata, e in più molto pusillanime. Ecco perché non può capire come un pulcino moderno non possa stare sempre attaccato alle gonne (scusate: volevo dire alle penne) della mamma, ma debba avere iniziativa, conoscere il vasto mondo e fare le sue brave, personali esperienze. Tutte cose che mamma chioccia avrebbe invece sicuramente approvate, se le avesse sapute, consigliandogli solo di avere un po' di pazienza e di crescere ancora, prima di attuarle. Ma Piripì tace, tace e pensa (per quel che può pensare col suo cervello di... pulcino), e un bel mattino decide proprio di tentare l'avventura. Senza dare nell'occhio, gira e scruta intorno alla siepe che chiude il gran cortile, finché non trova un buchino da poterci passare. Vi si infila, si divincola, si sgraffia, vi lascia qualche penna, ed eccolo finalmente di là. Libero! Libero e padrone di sè! Non glisembra vero. L'immensa distesa dei campi è tutta sua: altro che il cortile! E come l'acqua del ruscello, dove corre a dissetarsi, è più chiara e più fresca di quella del domestico beverino! Una gioia incontenibile lo invade, lo scuote, gli fa allargare le ali, allungare il collicino, aprire il becco: ed ecco, meravigliato, ascolta sé stesso cantare in faccia al nuovo sole il suo primo, trionfale, seppur stonatissimo, chicchirichì.
Come passa veloce la giornata di libertà uanti vermolini e lumachelle nell'orto fra la fresca insalata, quanti bruchi sulle piante, quanti chicchi buoni nelle aie vicine! Di tutto Piripì fa una scorpacciata rnemorabile; e così non s'accorge che il sole sta calando, che le ombre s'allungano sul prato; razzola ancora, sollevando nuvoli di polvere, sazio e immernore, chioccolando di felicità.
Ma cos'è che si leva là in fondo verso ill mare, roseo e rotondo come un sole nascente? È sera o è mattina? Piripì rimane un istante perplesso: non ha mai visto la luna, lui. Quando essa sorge, Piripì è sempre a nanna, nel pollaio, al calduccio, sotto le ali di mamma chioccia. Vorrebbe salutare, come ha fatto a1 mattino, con un gioioso chicchirichì quel secondo sole, sorto per incanto dalla parte opposta a quella dove è tramontato il primo un momento fa. Invece ha un brivido di freddo; un senso di paura l'assale, e riesce solo ad emettere un timido piopio. Si sente di nuovo pulcino, piccolo e indifeso, desidera il cortile, il pollaio, la rnamma. Sì, perché ormai è sera, non c'è dubbio, ed è solo e lontano da casa. Il timido pio-pio diventa sempre più angoscioso, e sempre più affannata la ricerca della via del ritorno.
Com'è faticoso ritrovarla, in quella luce incerta, fra l'intrico delle piante e del cespugli, guidato com'è soltanto dal proprio istinto! Ogni ombra, ogni rumore gli sembra che celi un pericolo mortale: la volpe, la faina, i cagnacci, contro cui tante volte mamma gallina ha messo in guardia i suoi pulcini, chioccolando amorosamente, non gli sembrano più, no, una favola.
Ma ecco, alfine sente di non essere più tanto lontano dai suoi luoghi: casa, dolce casa! Eccola disegnarsi contro il cielo nella chiara luce lunare, col suo vasto cortile attorno, col pollaio e il canile. Se un pollo potesse piangere di gioia, Piripì in quel momento piangerebbe: ma i polli non possono piangere, e neanche ridere, come un modo di dire sembra invece affermare. Piripì deve limitarsi al solo, modesto, pio-pio, mentre gira affannosamente intorno alla siepe con l'ansia che lo divora, e non sa più ritrovare il buchino da cui è evaso al mattino. « Pio-pio! » -- ora il suo verso è un richiamo insistente, angoscioso, cui infine risponde, dall'interno del pollaio, un altro richiamo premuroso, prima basso, quasi incredulo, poi sempre più alto e lieto: « Cloc, cloc, cloc... ». Le due bestiole si chiamano, si rispondono, si intendono, si dicono mille cose.
Tutto il pollaio fa da coro coi versi gallinacei dal significato più vario: allarmati, seccati, curiosi; e la voce autorevole del gallo scandisce alti «codè, codè, cocò! », cercando invano di ristabilire l'ordine, e il cane fa da contrappunto con furiosi latrati. Piripì ascolta, risponde, e non s'accorge, no, che la porta di casa si apre, qualcuno esce, gli è dietro: sente solo una manaccia artigliarlo con malagrazia e una voce arrabbiata urlare qualche cosa: pensa che sia la fine, chiude gli occhi, trema come una foglia .... Ma non è la fine: è solo Beppe, il fattore, che svegliato da quel diavoleto appena che stanco morto, dopo una giornata di lavoro, si era buttato sul letto a dormire, ha spalancato la porta e, capito tutto, è arrivato cautamente accanto a Piripì e lo ha agguantato gridando: «gallettaccio della malora!» per scaraventarlo irato nel pollaio.
Povero Piripì. Può ben dire, tutto sommato, che la sua scappata gli sia costata alquanto. Ma gli servirà di lezione per l'avvenire? |
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Non so se sia il tempo a conferire ai ricordi, come alle cose, una levigatezza e una preziosità che invano cerchiamo in quello che è attuale. Forse è questo appunto che contribuisce a farmi apparire vivo e ricco d'emozioni un ricordo lontanissimo, che si stacca, con contorni nitidi e precisi, sugli altri di quello stesso periodo, sfocati invece nella nebulosità dell'inconscio.
Ecco dunque che all'improvviso il mio fratellino si ammala di scarlattina. E, mentre i ragazzi più grandi sono in città a studiare, non vi sono che io, nella grande casa, che possa essere contagiata. Così mi mandano a stare da una vecchia zia che abita la villa sul mare.
La villa sul mare, oltre il paese, oltre la ferrovia che segna quasi una linea di demarcazione fra l'abitato e la spiaggia, è posta come un candido cubo sul litorale ampio e desertico. Accanto ha un rettangolo recintato a mo' di giardino, che giardino non riesce ad essere perché il sole, il vento, la salsedine divorano tutto. Vi prospera solo lì intorno una verde, serpigna pianta grassa dai grandi fiori rosa lilla. E improvvisi, senza foglie, da profondissimi bulbi, scoppiano come per prodigio,nel riverbero accecante del sole, gli immacolati gigli delle Sirene.
Io vi capitai ch'era primavera, mentre ancora la spiaggia non aveva assunto l'aspetto quasi cittadino che le conoscevo durante la stagione balneare. Mi parve un mondo nuovo e affascinante, un angolo di paradiso terrestre, tutto per me e tutto da scoprire; e ne fui entusiasta. Certo, l'essere lontana dalla mia famiglia mi riempiva dentro come un vuoto strano, nè la casa silenziosa della vecchia zia era fatta per riempirlo. La zia era occupata tutto il giorno dalle faccende domestiche: e l'unica sua figliola, grassa, rosea e pigra, forse malata, sedeva presso la finestra con un interminabile ricamo fra le mani. A volte mi chiamava per farmi una carezza sulle guance, o per ricompormi il nastro sui capelli, mormorando una parola gentile, così, senza muoversi. Girava per la casa, quasi ad accrescervi quel senso di remoto che vi stagnava, misteriosa e impenetrabile, una tartaruga; mentre una cagnetta nera, maligna e cisposa, stava sempre acciambellata sulla soglia, ringhiando anche quando dormiva.
Ma io era libera di uscire e rientrare quando lo volessi: purché, beninteso, fossi saggia e non andassi vicino alla strada ferrata, né a bagnarmi, al mare.
Ma il treno non mi interessava, anzi m'infastidiva con la sua prepotenza e il suo rumore. Preferivo andare verso il mare, levarmi le scarpe e affondare i piedi nudi nella sabbia fresca e intatta, mentre il sole era ancora basso all'orizzonte, guardare le onde sempre mutevoli e sempre uguali, e sempre, come per miracolo, rinnovantesi: ora lievi e morbide e frangiate come merletti, ora rotolanti come liquide colonne divelte in preda a titaniche furie. Mi incantavo così, non so di che, con gli occhi perduti tra mare e cielo, forse cercando di intenderne le meraviglie, pur senza ancora conoscere le parole sacre «I cieli narrano la gloria Tua, o Signore» E quando il vecchio giardiniere veniva a dirmi che era ora di desinare, o che la zia mi voleva, dovevo fare uno sforzo quasi fisico per strapparmi di là, e, appena potevo, vi ritornavo.
Bianchi stormi d'uccelli apparivano all'orizzonte, si avvicinavano in volo serrato e, spesso, con rapido batter d'ali, si posavano improvvisi sulla sommità delle onde. Pareva venissero dal mare, e oltre il mare sparivano in volo, lasciando sulla sabbia dove s'erano posati delle piccole, fitte impronte, al cui paragone quelle pur lievi dei miei piedini nudi parevano goffe e pesanti. Io li seguivo a lungo sulla spiaggia, attratta oltre che dalla loro bellezza, da un non so che di favoloso che mi pareva fosse in essi: mi parlavano di voli e di lontananze, di cieli sconosciuti e di remoti approdi; e come essi non mostravano timore della mia presenza, speravo sempre che qualcuno si sarebbe lasciato afferrare, e tendevo le mani per imprigionare il più vicino; ma mi sfuggiva sempre, come avviene nei sogni. Finché una mattina...
Una mattina c'erano sulla spiaggia i marinai che tiravano le reti, e uno di essi che mi conoscevano mi chiamò: « Signurinuzza... » facendomi cenno che aveva qualcosa da darmi. Si chinò sul fondo della barca e tirò su l'uccello. Le penne di un delicatissimo grigio, erano macchiate di sangue e l'ala destra spezzata, forse da un colpo di remo, penzolava, mentre l'altra ripeteva continuamente un tentativo penoso di volo. Quando lo ebbi tra le mani mi parve quasi di aver imprigionato un sogno, un sogno ormai diventato così, all'improvviso, realtà viva e dolente. Corsi col cuore in tumulto, su cui serravo la bestiola, dalla zia, ed ella, comprensiva e buona, condivise la mia pena e il mio entusiasmo. Così l'uccello del mare ebbe le nostre domestiche cure: l'ala, disinfettata, fu fasciata accuratamente fra due stecchi; gli fu procurato del cibo, ed ebbe per alloggio un vecchio gabbione nel giardino.
Ma i giorni passati alla villa sul mare hanno fine. Io rientro a casa, riabbraccio i miei genitori, il mio fratellino ormai guarito; rivedo i miei luoghi, cerco di ritornare ai vecchi giochi. Ma tutto ondeggia intorno a me come in uno strano sogno. Finché non mi ritrovo supina sul mio lettino, col rombo del mare in tumulto nel sangue, col sole sempre più ardente sulle membra. Inseguo, senza vederli, candidi stormi d'uccelli: quanti, e come mi sono vicini! tendo le braccia per prenderne uno: ma due mani amorose me le ricompongono sul lenzuolo, una cara voce mi dice piano: «Che vuoi, Lisa? Sta’ buona, che devi guarire».
Ma io ho imprigionato l'uccello del mare e nessuno lo sa: sento la sua ala sbattermi violenta sul cuore... o è il mio cuore stesso?
Scarlattina: quando ne sento parlare sono già fuori pericolo e i miei sorridono intorno al mio lettino. È venuta a trovarmi anche la zia: guardandola riannodo pian piano i fili con la realtà, spezzati dal delirio febbrile, ne ricompongo la trama intorno al suo volto pacato e ormai familiare: e chiedo per la prima volta dopo la crisi, qualcosa di sensato, mentre tutti, all'infuori di lei, credono il contrario:
« Zia... l'uccello del mare? »
Assente, benigna, come ad un'intesa fra noi, nel rispondermi:
« È volato via».
Ora nessuno sa perché piango, silenziosamente, e le lacrime mi ricadono copiose sui capelli, bagnando il guanciale. Neanche io lo so. Ma sono stanca. E sono molto felice che il mio uccello abbia riavuto la sua libertà. Ma sono anche infelicissima perché intuisco così, senza una ragione, che un periodo della mia vita si è concluso.
Mai più infatti avrei goduto la gioia primitiva e fresca di quel soggiorno in villa; mai più avrei ritrovato quell'«ora del tempo e la dolce stagione».
L'uccello del mare s'era portato via, nel suo volo, una parte di me stessa: quella, appunto, favolosa e gentile della prima fanciullezza. |
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«C'era una volta una gatta...».
No, ragazzi, non intendo affliggervi trascrivendo qui una canzone che alcuni anni fa ha imperversato. E poi, Cinzia non aveva affatto, come seguita la canzone stessa, una macchia nera sul muso. Era invece una bella soriana il cui pelame grigio striato si schiariva di bianco verso il musino dai verdi occhi di sfinge.
Certo, nella grande casa di campagna molti gatti avevano vissuto e regnato, dal grande Muscio, passato alla storia domestica per le leggendarie imprese ladresche (si parlava di bistecche al sangue sottratte dalla griglia rovente, di polli vivi acciuffati nelle vicine fattorie, sfidando massaie attente e irosi cani di guardia), a Lilla e Lalla, graziose e insignificanti gemelline; Da Don Ciccio, mite e magro gattone, a Fuffo, rossiccio e regale, ch'era il più bel micio del vicinato, e che miagolava con voce tenorile, tenendo circolo sui tetti, affettuosi madrigali alle graziose gattine sue conoscenti.
Ma è di Cinzia che voglio raccontarvi, quella appunto che emerge su tutti gli altri nel mio ricordo, e che aveva presso di me il ruolo di compagna di giochi, e, addirittura, per quello che può esserlo una cara bestiola, di piccola amica.
Mi piaceva giocare con lei molto più che con la vecchia bambola: quando, infatti, con improvvisi slanci di tenerezza stringevo questa al cuore con un gesto infantilmente materno, il contatto del suo nasino freddo e la vista degli azzurri occhi di porcellana spalancati sempre nella medesima espressione, mi indispettivano. E finivo sempre col buttarla nel suo angolo, da dove continuava a fissarmi con la sua espressione eternamente esterrefatta.
Cinzia invece era un'altra cosa, viva attenta e scattante: mi seguiva ovunque andassi, e quando trovava il momento buono, dopo avermi quasi chiesto con gli occhi il permesso, mi saltava in grembo e vi si acciambellava facendo le fusa. Io le raccontavo non so quali cose, ed essa muoveva le piccole orecchie come se mi intendesse; e ogni tanto, con grata condiscendenza, gnaulava, come per assentire.
A volte stava invece lunghe ore al sole, intenta alla sua toilette personale, lisciandosi coscienziosamente gli occhi ridotti a una festuca gialla; oppure immobile, distesa, rilassata, forse per ritemprare le sue energie. Ma bastava un nonnulla, il tinnire d'una posata che l'avvertisse che il pranzo familiare era imminente, il frullo di un uccello sfrecciante nell'azzurro, o qualcosa ancora che alla mia percezione sfuggiva, perché Cinzia scattasse, tesa e felina, le pupille improvvisamente dilatate per l'emozione. In quei momenti, ogni mio richiamo la lasciava indifferente: e anche questa sua indipendenza mi piaceva, specie se messa a confronto con la servile e scondinzolante ubbidienza di Fido.
Cinzia infatti prendeva da sè l'iniziativa di andare a caccia: m'invitava miagolando a scorrazzare per la campagna in cerca di grilli e di farfalle. Ci arrampicavamo anche sugli alberi, leggere e caute ambedue, per catturare le cicale, stordite e strillanti sotto il gran sole: cantavano ancora, già cricchiando sotto i denti acuti di Cinzia, pazze e felici anche nella fine atroce.
E la caccia grossa? O sì, certo, Cinzia faceva il suo dovere anche in quel campo: erano le sue scorribande personali e segrete, dalle quali spesso tornava trionfante, con in bocca, ancora semivivo, un topo, o un uccello, o addirittura un lucertolone; prima di divorarli intendeva però farmi un omaggio, ponendoli ai miei piedi: e ciò faceva strillare di santa ragione le donne di casa.
Ma ecco che Cinzia è cresciuta, e un bel giorno mette al mondo i suoi micini. Quasi a parteciparmelo, mi viene accanto miagolando e invitandomi a seguirla, ritta la coda in segno di vivo interesse: si ferma davanti al vecchio armadio, smuove con la zampetta l'incerta serratura, e con un balzo è dentro la cappelliera... Ahimè, i micetti erano graziosissimi, uno bianco, uno rossiccio, uno tigrato, ma il più bel cappello di mia madre, quello di velluto blu con le piume, era irrimediabilmente rovinato.
Quanto tempo è passato? Non so. Mi rivedo improvvisamente giovinetta, maturata in fretta da dolorosi eventi familiari. Porto le trecce ormai tirate su, e non vado più a caccia di grilli e di farfalle. Le cicale cantano ancora come impazzite sotto il gran sole, ma io le ascolto quieta e un po' trasognata. Molte cose sono cambiate nella vecchia casa, che presto lasceremo per sempre. Bisognerà vendere, partire,lavorare. Son tutte cose che possono capitare, ma a me capitavano per la prima volta, e mi parevano terribili. E poi c'era Cinzia, a cui ero sempre molto affezionata, e che ora, oltre tutto, rappresentava per me il ricordo di un tempo spensierato e felice, il «segno» di un luogo che avrei dovuto lasciare per sempre, e che per sempre avrei ricordato come un dolce paradiso perduto.
Cinzia non poteva seguirci. Povera gatta campagnola, abituata alla completa libertà, chissà quali disastri avrebbe combinato chiusa nel nostro appartamentino di città. Ne ricordavamo qualcosa di quando, io bambina, avevo voluto portarmela dietro in carrozza, chiusa in un cestino di vimini, e aveva trascorso con noi colà pochi giorni. Eppoi - aggiunsero i grandi - i gatti amano più la casa che le persone: sarebbe dunque rimasta nella vecchia villa anche dopo la venuta dei nuovi padroni; in più, non avevamo ormai la carrozza, e il biglietto in treno anche per Cinzia significava sciupare quattrini.
Io ero ormai abbastanza grande per poter fare ancora i capricci, e abbastanza saggia per comprendere le loro ragioni. Ma, dentro, il cuore mi si spezzava. Ragazzi, dico sul serio. Piansi di nascosto, lo confesso, carezzando Cinzia, che mi guardava coi vecchi occhi intelligenti e tristi, come presaga.
Non fui felice nella nuova dimora. Il ricordo di persone care e di luoghi perduti per sempre, la necessità di stare tutto il giorno fra quattro mura, senza il verde respiro della campagna, impegnata in un lavoro non gradito che avevo pur dovuto accettare, mi pesavano. Qualche volta, anche il ricordo della vecchia Cinzia affiorava, quasi con un senso di colpa: mi pareva, in certo modo, d'averla tradita.
Una sera stentavo a prendere sonno, e quando chiusi un po' gli occhi, restai a lungo in un dormiveglia triste. Com'erano diversi adesso i miei giorni e le mie notti! Com'era facile e dolce addormentarsi un tempo dopo le corse per i campi fioriti, dopo le scalmanate sotto il sole ardente e l'arrampicarsi sugli alberi ad acchiappar cicale, assieme a Cinzia... Cinzia: mi pareva quasi di sentire il suo miagolìo, il suo raspare con la zampetta dietro la porta, all'alba, per rientrare nel calduccio della casa... Mi pareva, o l'avevo sentito davvero? Adesso ero del tutto sveglia, e con un gesto quasi meccanico, perché tante volte ripetuto in un altro tempo, scesi a piedi nudi dal letto e corsi ad aprire la porta. Cinzia era là, con i grandi occhi fosforescenti nel buio, pronta ad entrare e a farmi le fusa come una volta.
Quale mirabile orientamento, quale lontana cognizione, quanto attaccamento l'avevano guidata verso di me, e con quanto sacrificio mi aveva raggiunta? Non lo so, ragazzi. Ma so che dopo di ciò nessuno ebbe cuore di mandar via Cinzia. |
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Non era bello il chiù che Micu, il ragazzo dei contadino, mi aveva regalato. A quella naturale assenza di grazia che è propria di questi notturni uccelli, aggiungeva una certa goffaggine dovuta forse alla sua estrema giovinezza: aveva ancora infatti, sul grigio delle piume, quella peluria gialla che è propria degli uccellini di nido Ma gli volli subito bene lo stesso, così piccolo e indifeso, quasi dimesso nella forma e nei colori. Di sorprendente, quasi d'inverosimile in quel piccolo essere trepido, non vi erano che gli occhi, tondi, gialli, quasi immobili, che destavano insieme curiosità e timore.
«Come lo hai preso?» domandai a Micu. Mi rispose che aveva scoperto il nido nel tronco d'un vecchio olivo.
Carezzai l'uccello in segno di protezione, ma questo, forse sentendosi stringere un poco, s'avventò alla mia mano col becco ancor giallino e tenero, in un commovente gesto di difesa.
Il cane, che s'era intanto avvicinato, lo fiutò con diffidenza, e mentre io stavo all'erta per parare una sua eventuale aggressione, vidi invece che si allontanava perplesso. Evidentemente non gli era mai capitato di cacciare una tale selvaggina: il chiù, che poi selvaggina non è perché non commestibile, ha infatti vita strettamente notturna e alle prime luci dell'alba si rintana a dormire.
Portai dunque il chiù su in casa, e lo posi sul tavolo. Rimase immobile e misterioso come una piccola divinità egizia, e solo una o due volte, quando tentavo di lisciarlo, ripetè, quasi meccanicamente, quel piccolo gesto aggressivo del becco.
Anche Fuffo, il gatto, dopo aver fissato un po' quei gialli occhi fermi, girò al largo. «Bene» - pensai - «così nessuno lo disturberà, e non ci sarà bisogno di gabbie».
Lo sistemai infatti in una vecchia scatola dagli orli bassi, sul mio tavolo, con accanto il beverino e il mangime, ma egli li ignorò in modo assoluto. Restava tutto il giorno immobile come una sfinge, roteando solo ogni tanto i globetti luminosi degli occhi. Non sembrava quasi una cosa viva. Ricorsi allora a Micu, il ragazzo che me lo aveva regalato.
«Non mangia» gli dissi, triste.
Mi chiese cosa gli davo, poi scosse la testa:
«Non voli sti cose» rispose. Si curvò per terra, scavò col dito nella maggese fresca. Un lombrico lungo, scuro e sottile, emerse dibattendosi. Io inorridii quando Micu me lo posò sul palmo della mano, ma per amore del chiù mi feci forza.
«Chistu gli piaci. E poi vavalaci*, cicali...».
Corsi a deporre davanti al mio uccello il verme, legato stretto come un impiccato alla estremità di un filo: e come fu sera, non vi trovai che il piccolo cappio vuoto.
Così il chiù pose fino allo sciopero della fame. Sembrò anzi attendere con impazienza, ogni sera, il mio trafelato ritorno dai campi, ove ero stata in cerca di grilli, di vermi, di lumachine. Adesso non ripeteva più, no, quel gesto nemico del becco, ma inchinava lievemente il capino come a riconoscere, fra brusco e lusco, le provviste che gli portavo, e che poi avidamente divorava.
Il piccolo chiù si rivelo il più impenetrabile fra le tante bestiole che mi furono amiche. Mi seguiva, è vero, coi tondi occhi gialli appena calava la sera: ma non so se il suo interesse era rivolto alla mia persona o ai viveri che gli portavo. Quanto a me, mi ci ero affezionata ormai, suscitando le meraviglie e le critiche dei familiari e delle mie compagne che lo guardavano appena da lontano, orripilate. Un gufo, si sa, non è un canarino né un usignolo, e si è abituati più a vederlo raffigurato accanto a vecchie streghe, che a trovarlo vivo sul tavolo di una ragazzina. Ma questi non mi parevano di certo motivi validi per detestarlo, semmai per proteggerlo contro la malevolenza generale.
Fu nelle chiare e calde notti estive che presi l'abitudine di metterlo fuori, sul davanzale della mia finestra, in un cestello ovattato. Lo sentivo a volte rispondere, pian piano, al richiamo dei suoi simili: «Chiù!». Pareva, così basso e staccato, più che un canto, un singhiozzo: chissà quale meraviglioso e impossibile sogno di libertà finiva per lui quando, al mattino, lo riportavo sul tavolo della mia camera.
Così il tempo passava.
Ormai, a furia di lumachine e di cicale, di notti chiare e di riposi diurni, il chiù s'era fatto grande e robusto, e, perduta la gialla peluria giovanile, le penne gli erano cresciute scure e forti. Il suo canto notturno non era più un singhiozzo sommesso, ma pareva un grido di speranza, o un richiamo d'amore. Sentivo a volte, in risposta al suo, un altro canto: «Chiù!»; un duetto monotono eppur vario, nelle inflessioni, nel distanziarsi o ravvicinarsi dei richiami.
Il mio sonno ne era ormai seriamente compromesso. Qualche volta, seccata, m'ero alzata a spalancare la finestra: avevo intravisto, nella dolce notte estiva, l'altro chiù svolzzare spaventato fra gli ulivi argentei che circondavano la casa, senza peraltro allontanarsene: e poi l'avevo udito riprendere ancora il suo richiamo, cui immediatamente faceva riscontro, trepido, quello che partiva dalla mia finestra.
Ed ecco, ormai me lo aspettavo, una mattina trovai vuoto il cestello. Me ne consolai solo a sera, quando, con le prime ombre, mi giunse quel verso ormai familiare dai grandi ulivi vicini: non era un a solo, ma un accordo a due voci, chiaro, gioioso, perfetto.
* Lumachine (dialetto calabrese). |
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