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Francesco Chiappinelli

 

Pius Aeneas,

Impius Aeneas

►Testimonianze

Dante

►Note

►Bibliografia

Enea traditore di Troia: una lunga serie di testimonianze greche, latine, medievali fornisce uno sconcertante ritratto del pio eroe: egli con Antenore avrebbe venduto Troia ai Greci per aver salva la vita e le ricchezze. Anche Dante ne era forse a conoscenza. La singolare ricerca, ricca di suggestivi e documentati collegamenti a molti personaggi della vicenda troiana, è pubblicata dall'editore Bonanno.

Testimonianze

La pietas che da Virgilio in poi caratterizza il personaggio di Enea è nelle letterature e nelle arti figurative di tutta Europa, e non c’è naturalmente da spendere impegno a riparlarne.

   Molto meno nota, e tuttavia ampiamente documentata, dalla mitologia greca sino alla cultura umanistica e rinascimentale, è la versione che sinteticamente definiremo dell’impius Aeneas: l’eroe sarebbe un traditore, con Antenore, Anchise ed Eleno, della sua patria, perciò scampato alle stragi e alla rovina della sua città. Proprio in ricompensa del suo tradimento i Greci avrebbero concesso a lui e ai suoi familiari ed amici una sorta di lasciapassare, ed egli sarebbe partito per fondare una nuova Troia.

   Le testimonianze in proposito sono numerose e spesso imprevedibili. Vi accennano, tra gli altri, Livio, Orazio, Seneca, Tertulliano e, a detta di Donato e Servio, lo stesso Virgilio; e tra i Greci, spesso con riferimento ad autori assai più antichi, Sofocle, Senofonte, Dionigi d’Alicarnasso, Dione Crisostomo, Diodoro Siculo, Strabone, Pausania; e più tardi, con riferimento soprattutto ad Antenore, gli scoliasti e Suda.

   Tra l’età di Nerone e la latinità più tarda, la storia di Enea traditore riprende vigore, e, pur restando naturalmente in ombra rispetto alla versione virgiliana. trova ampio spazio nel resoconto che della guerra di Troia dànno due singolari autori, “Ditti cretese” e “Darete frigio”. Entrambi dicono di essere stati partecipi, l’uno nell’esercito greco, l’altro tra i difensori della città, di quel memorabile conflitto. Indirettamente essi si dichiarano più degni di fede di chi verrà quattro secoli dopo, Omero. Nei loro interessantissimi scritti, tradotti dal Settembrini nel primo Ottocento e mai  degnamente editi in Italia nella lingua originale, il tradimento di Enea ed Antenore ha largo spazio e si colora di aspetti e toni romanzeschi. Le due opere sono variamente datate, ma i probabili originali greci vanno fatti risalire al periodo compreso tra I secolo a.C. e I d.C.

   Anche durante e dopo i secoli bui, accanto alla tradizione virgiliana, fiorì quella dell’ Enea traditore: ne troviamo ampia notizia, per quanto concerne la letteratura inglese delle origini, in Giuseppe Iscano, che mise in esametri latini appunto la Daretis Phrygii Ylias; nelle numerose volgarizzazioni che di Darete si fecero nel XII secolo; e soprattutto in un importante romanzo in versi della nascente letteratura francese, a metà tra il poema epico e quello cavalleresco, il Roman de Troie di Benoit de Sainte  Maure, un monaco normanno. L’opera ebbe una diffusione amplissima in tutta Europa, venne più volte rimaneggiata e ridotta in prosa.

   Nella seconda meta del XIII secolo Guido delle Colonne, meglio conosciuto come poeta della scuola siciliana, ne tradusse in latino proprio una delle versioni in prosa: la sua opera dal titolo Historia destructionis Troiae ebbe un successo enorme, e lo testimonia la lunga serie di volgarizzamenti nelle lingue e nei dialetti di tutta Europa: ce ne fu una anche in napoletano! Anche in questo caso, naturalmente, compariva la versione alternativa del mito di Enea.

   L’argomento del tradimento compare anche in un passo di Boncompagno da Signa, importante personaggio toscano del XIII secolo, nel volgarizzamento romanesco di un testo latino del Duecento e, soprattutto, in un passo del Trésor di Brunetto Latini, il famoso maestro di Dante. Possibile che il divino poeta fosse all’oscuro di questa storia?

   Obbiettivo di questa ricerca è collegare le testimonianze greche e latine a quelle medievali e moderne, e fornire qualche spunto esegetico ad un episodio notissimo della Commedia, quello del conte Ugolino.

 

1. Le testimonianze greche

Omero ci descrive con simpatia Enea, mettendo però in rilievo un aspetto che si rivelerà non secondario: la rivalità tra Anchise e Priamo[1] che per alcuni autori sarà causa determinante del tradimento[2].


   Nei poemi del ciclo troiano si fa forse già cenno alla infamante accusa[3]: Lesche, nella Piccola Iliade, racconta che Andromaca ed Enea, prigionieri di guerra di Neottolemo, ne furono trattati con favore, e che Enea sarebbe stato liberato dai Greci. Forse ne parlavano anche nelle Iliuperseis Stesicoro e Ibico, ma né i pochi frammenti né la Tabula Iliaca (una tavoletta marmorea del I sec. a.C. ritrovata sul Campidoglio e ritraente Enea in fuga da Troia, con la scritta ”secondo Stesicoro”) ci autorizzano a deduzioni certe.


   Senza fare il nome di Enea, ma scaricando tutte le colpe su Antenore, numerose e significative fonti[4] parlano di un segnale che i Greci avrebbero posto alla sua casa perché non fosse saccheggiata e incendiata.


   Di un trattamento particolare dei Greci per Enea parla Senofonte[5], che però nulla dice del tradimento dell’eroe, anzi ne esalta la pietas per aver pensato prima agli dèi, poi ai familiari e solo in ultimo alle ricchezze quando lasciò la città. Ed Ellanico di Mitilene, in un lungo frammento dei suoi Troicà[6], assolve Enea dall’infamante sospetto; ma parla delle ricchezze che egli riesce a portar via da Troia, insieme con i familiari e gli amici, grazie alle trattative con i Greci avvenute, beninteso, a guerra finita. Dello stesso tono sono molte altre testimonianze[7]: l’eroe salverebbe anzitutto i Penati e il vecchio padre Anchise, destando così l’ammirazione dei Greci che gli consentono perciò di portare con sé chi egli voglia e le sue ricchezze. Enea non sarebbe certo un traditore, ma la particolare benevolenza dei nemici avrebbe finito fatalmente per alimentare il sospetto.


   A parlare per primo, sia pur indirettamente, di tradimento è Dionigi d’Alicarnasso, lo storico di età augustea[8]. Egli è dichiaratamente incredulo, ma non di meno riferisce l’esplicita accusa di Menecrate di Xanto, uno storico del IV secolo a.C. Quella di Menecrate è la prima testimonianza decisamente ostile ad Enea, e collega il tradimento alla rivalità tra Priamo e Anchise.

 

2. Le testimonianze latine

A Roma, le lotte civili di età repubblicana spiegano chiaramente perché Enea, progenitore della gens Iulia, venisse alternatamente esaltato o condannato dalle fazioni in contrasto. Questo accade prevalentemente dall’età di Cesare, ma fonti più tarde fanno riferimento anche ad autori precedenti.


   Nel IV secolo d.C. l’anonimo autore del De origine gentis Romanae[9] riferisce che il greco Alessandro di Efeso, autore della Guerra Marsica, indica come traditori di Troia Antenore e altri principi, spiegando anch’egli la fuga di Enea con l’ammirazione che la sua pietas avrebbe destato in Agamennone. Aggiunge però che Lutazio Catulo, console con Gaio Mario nel 102 a.C., ne parla esplicitamente come di un rinnegato e lascia intendere che solo grazie al suo tradimento gli sarebbe stato permesso di portare con sé le tante ricchezze e i compagni nel viaggio verso l’Italia. Lutazio Catulo fu ucciso dai democratici nell’87 a.C., e il suo racconto non può essere stato per evidenti motivi di tempo influenzato dall’ostilità a Cesare e alla gens Iulia, ma risale ad una tradizione precedente.


   Ancor più significativi naturalmente sono i commenti ad alcuni passi virgiliani di Tiberio Donato e Servio[10], perché la contestazione ad Enea è quasi una sconfessione di Virgilio stesso, e di Porfirione[11] ad un passo su Enea del Carmen saeculare di Orazio.


   Anche Livio[12] nelle parole iniziali della sua opera riferisce di un trattamento benevolo dei Greci per Antenore ed Enea, ma senza parlare di tradimento. Se Cesare ed Augusto avevano un evidente interesse ad esaltare la gens Iulia e il suo capostipite, è comprensibile che questi autori, legati a loro in misura diversa ma comunque profonda, abbiano cercato con successo di lasciare il più possibile in ombra comportamenti non proprio limpidi che gli avversari politici rimproveravano ad Enea. I loro commentatori lo capiscono bene, e a distanza di secoli ne parlano in maniera più esplicita.


   Le vivaci contestazioni alla gens Iulia e al suo fondatore cessarono presto e il periodo augusteo venne anzi, forse troppo generosamente, preso a modello dalla classe senatoria. Ma la polemica su Enea imprevedibilmente riprese nella stessa domus imperiale.


   Seneca[13] mostra infatti chiaramente di conoscere la versione alternativa del mito di Enea ma non sembra crederci. Egli moralisticamente difende il pio fondatore di Roma dalla nota accusa, perché il nobile intento di sottrarre il padre alla schiavitù non può aver indotto il pio Enea all’ingiustificabile tradimento della patria.


   In età flavia, Dione di Prusa[14] sosterrà paradossalmente che Omero non merita di essere creduto e che la guerra di Troia non ci sarebbe mai stata. Al contrario, i rapporti tra i Greci e i Troiani furono tali da consentire ad Antenore, Eleno ed Enea di conquistare regni ad occidente della Grecia, dalla quale “ si astennero per via dei giuramenti”. Quali giuramenti? Forse anche qui è possibile cogliere una qualche eco del tradimento, perché dall’accordo tra Greci e Troiani sarebbe nata quella Roma che Dione intende esaltare.

 

3. Ditti e Darete

Ma non è Seneca a rendere così rilevante l’età di Nerone ai fini della nostra ricerca. In quegli anni, stando almeno a quanto racconta nella prefazione il non meglio noto Lucio Settimio, sarebbe venuta alla luce da una tomba di Creta, in seguito ad un terremoto, un manoscritto in caratteri fenici, gli unici noti ai tempi della guerra di Troia. La tomba era quella di Ditti ed il manoscritto conteneva il resoconto della guerra cui egli aveva partecipato, proprio come cronista ufficiale, al fianco del re di Creta Idomeneo. Alla sua morte, così come Ditti aveva chiesto, il manoscritto era stato posto nella sua tomba ed ora finalmente il caso lo portava alla luce. Il sovrano dell’isola, Prassi o Euprasside, lo aveva portato in dono a Nerone, che ne era stato entusiasta e che l’aveva fatto tradurre in greco. L’opera era poi, in un momento imprecisato (IV secolo d.C.?), giunta nelle mani di Lucio Settimio, che l’aveva tradotta in latino e donata ad Aradio Rufino, destinatario della prefazione. La storia viene ripresa, con qualche lieve variazione, nel prologo, e parrebbe al lettore moderno un modello delle successive, reiterate invenzioni di ritrovamento di antichi manoscritti; è parsa a lungo totalmente fantastica, legata all’attività delle scuole di retorica di età imperiale, ma così non è. Le testimonianze su Ditti e la sua opera sono molto numerose e in Egitto è stato anche ritrovato un papiro greco [Pap. Tebtunis 268] databile appunto al I secolo d.C. che contiene certamente un passo originale della sua opera, quello della morte di Achille per mano di Paride e Deifobo. Il problema filologico relativo a Ditti cretese è molto complesso, ma a noi interessa soprattutto la conclusione: l’opera viene riportata all’età di Nerone, ma l’originale greco è probabilmente ellenistico.


   La vera identità di Ditti[15] resterà per sempre ignota, ma più importante per noi è quella fittizia: egli si dichiara testimone diretto degli eventi che racconta. Il nome di Omero non comparirà mai, giacché il grande poeta, nella finzione letteraria appunto, nascerà almeno quattro secoli dopo, ma il raffronto con lui riemerge continuo, anche se involontario. L’”autopsia” intende dare credibilità al racconto, ma essa è merito della storiografia ionica e attica del V secolo a.C., non si può farla risalire al remoto conflitto Troiano. Tuttavia Ditti e soprattutto il suo “gemello”, Darete[16], riuscirono a convincerne il grande Isidoro di Siviglia e i loro imitatori medievali, Benoit de Sainte Maure e Guido delle Colonne[17].


   Le Ephemerides di Ditti si estendono ai temi dell’intero ciclo omerico, e attingendo al patrimonio tragico e lirico della letteratura greca, diventano per noi una interessantissima anti-Iliade e anti-Odissea e, per quello che qui ci riguarda, una vera e propria anti-Eneide.


   Il racconto del tradimento è nel quarto e quinto dei sei libri[18]. Eleno, il profetico figlio di Priamo, morti ormai Ettore e Paride e venuta meno Pentesilea, la regina delle Amazzoni uccisa da Pirro, ha chiesto asilo ai Greci prevedendo la caduta della città per mano di Antenore ed Enea. E infatti sotto la sapiente regia del primo e la attiva partecipazione del secondo, con la finzione della trattativa di pace prende corpo il tradimento. Antenore convince Teano[19], sacerdotessa di Minerva, a consegnargli il Palladio, e lo dà ai Greci in cambio dell’incolumità per sé e i suoi e di metà del regno; ad Enea viene garantita l’incolumità per sé e per i suoi e il mantenimento delle sue ricchezze. I due traditori si impegnano a raccogliere dai loro concittadini l’ingente somma pretesa dai Greci per l’illusoria pace e nell’abbattimento delle mura per consentire l’ingresso in Troia del cavallo fatale.


   Anche se il peso maggiore del tradimento ricade su Antenore, non vengono quindi nascoste le pesanti responsabilità di Enea. I Greci riconoscenti manterranno quanto avevano promesso. Le case di Antenore ed Enea non vengono distrutte perché alcune guardie le sorvegliano durante il saccheggio; ad Enea viene addirittura offerto di partire con i vincitori, per avere parità di diritti e di regno in Grecia. Si descrive poi la commovente vicenda di Polissena[20] e la fine di Ecuba, e largo spazio Ditti dà al contrasto tra Aiace ed Ulisse per l’assegnazione del Palladio[21].


   Forse proprio l’esaltazione di Augusto, rimpianto dal senato come ideale princeps, spiega perché Nerone abbia per ripicca curato personalmente l’edizione dell’opera di Ditti e ne abbia voluto una diffusione ampia. Sul progenitore della gens Iulia (che, è bene ricordarlo, non è quella di Nerone) tornava a gravare l’antica infamia, ma la damnatio del tiranno l’avrebbe resa troppo breve e precaria. Sarebbero occorsi altri secoli perché l’immagine del fondatore di Roma tornasse ad offuscarsi.


   Ancor più fitto che per Ditti è il mistero che circonda il sedicente Darete frigio, che si dice autore dell’altro scritto di argomento troiano, il De excidio urbis Troiae. L’opera è stata variamente datata dal IV al VI secolo d. C. ed è certamente tarda, ma probabilmente risale a modelli della seconda sofistica se non addirittura della prima.


   L’opera è molto più breve delle Ephemerides di Ditti, ma include nella parte iniziale la vicenda argonautica e la prima distruzione di Troia per mano di Giasone ed Ercole. Nella prefazione, con abile finzione letteraria, “Cornelio Nepote” scrive a “Sallustio”: Cornelio Nepote saluta Sallustio Crispo. Quando ero nel pieno dei miei studi ad Atene, ho scoperto la storia di Darete Frigio, scritta di suo pugno, come indica il titolo, che egli ha tramandato sulle vicende di Greci e Troiani. Io ne sono rimasto affascinato e l’ho subito tradotta. Ed ho ritenuto di non dover aggiungere né togliere nulla per modificarla, altrimenti sarebbe potuta sembrare mia. Ho ritenuto la cosa migliore, quindi, tradurla in latino parola per parola, visto che era scritta in modo veritiero e in stile semplice, in modo che i lettori potessero conoscere come si erano svolti questi fatti; e decidere se considerare più vero quel che ha tramandato Darete Frigio, che visse in quell’epoca e combatté la guerra con cui i Greci assalivano i Troiani, o credere ad Omero, che è nato molto tempo dopo che fu condotta quella guerra.


   La finzione appare abbastanza verisimile: Cornelio Nepote e Sallustio potrebbero davvero essersi conosciuti, anche se le loro scelte politiche furono quasi certamente diverse. Lo stile di “Darete” richiama per la sua brevitas quello di Nepote, e sembra ispirarsi all’atticismo di moda nel I secolo a.C. Il racconto del tradimento è nei paragrafi finali[22], e non manca di drammaticità, pur se l’autore non fa trasparire alcuna emozione. Con evidente intento razionalistico, non si fa cenno al Palladio e il cavallo è qui solo un dipinto sulla porta Scea. Enea nasconde Polissena, ma Antenore la scopre e la fanciulla viene sgozzata sulla tomba di Achille. Agamennone adirato esilia Enea, che lascia Troia con quelle stesse navi che erano servite un tempo per il ratto di Elena.


   Nonostante la brevità e le notevoli differenze, “Darete” ha certo avuto tra i suoi modelli “Ditti cretese”. In particolare, sono descritti con precisione i ruoli di Enea, Antenore, Eleno ed Anchise nel tradimento della città. E, ben più di Ditti, nel Medio Evo e fino a Dante, Darete fu direttamente o indirettamente noto e alimentò la leggenda dell’impius Aeneas.

 

4. Le testimonianze cristiane

Un cenno merita anche lo spazio che a questo argomento dedicò il Cristianesimo. Tertulliano[23] e Agostino[24] criticano fortemente l’inclusione di Enea tra gli dèi indigetes di Roma e la definizione che normalmente se ne dà di pius: le loro parole richiamano assai da vicino Seneca, ma con il chiaro intento di screditare Roma e il paganesimo, così facili a concedere patenti di divinità anche a personaggi non proprio limpidi.

 

5. Le testimonianze medievali

Nel Medioevo, nonostante l’ovvio predominio della versione virgiliana, non si perse il ricordo dell’Enea traditore. Darete fu messo in versi latini[25] o direttamente tradotto in varie lingue europee[26], ed è con Ditti proclamato modello del Roman de Troie di Bénoit de Sainte Maure[27] e della versione latina di Guido delle Colonne[28]. Eppure ancora oggi prevale l’opinione che a Dante fossero noti solo i rimaneggiamenti medievali dei due scritti.


   Il Roman de Troie dovrebbe meglio esser definito un poema epico-cavalleresco che in trentamila versi narra la storia secolare della città, fino ed oltre la sua distruzione definitiva per mano greca. L’opera riassorbe tutto il patrimonio mitologico e letterario del Medioevo e lo rielabora in forme che sono già espressione della cortesia e religiosità tipiche dell’età nuova. Ebbe un successo ed una diffusione straordinari, fu oggetto di numerose redazioni e traduzioni, soprattutto quando venne ridotta in prosa e tradotta in latino da Guido, nel 1287, con il titolo Historia destructionis Troiae.


   Benoit e Guido citano continuamente Ditti e Darete. Per di più, il notaio di Messina non parla mai del monaco normanno. E entrambi dicono di volersi rifare, per l’antica vicenda di Troia, alle veridiche parole di chi avrebbe vissuto direttamente gli eventi piuttosto che ad Omero, venuto tanto tempo dopo a falsare con la poesia la verità dei fatti. Si potrebbe dire che in nessun passo come nei prologhi essi rispecchino fedelmente le parole dei loro modelli. E si comprende anche come lo stesso Isidoro sia rimasto preda del loro tranello letterario.


   Il Roman de Troie e l’Historia Troiana seguono generalmente le trame di Darete prima e Ditti per le vicende conclusive, con un metodo che si potrebbe definire amplificatorio, ma applicano frequentemente anche la contaminazione con altre fonti latine. Solo un paziente lavoro di schedatura e un commento adeguato ai due testi e ai loro modelli consentirebbe di definire con precisione come questi importanti documenti sono giunti a Dante e al mondo umanistico.


   Per quanto concerne la storia del tradimento, essa è raccontata in maniera sostanzialmente simile dai quattro autori, con variazioni legate allo stile di ognuno di loro[29]. Le responsabilità maggiori vengono fatte gravare ora su Enea, ora su Antenore; altre vicende altamente drammatiche sono quelle di Polissena e del Palladio, che avranno anch’esse largo seguito nelle letterature successive[30].

   Di particolare interesse sembrano altre due testimonianze, molto vicine a Dante. La prima è contenuta nell’epistula mandativa ad comites palatinos di Boncompagno da Signa[31]; l’altra è un singolare documento in dialetto romanesco sulla storia di Troia[32], risalente al XIII secolo e non collegabile sia per la datazione che per le dimensioni del racconto alla catena aperta dal monaco normanno.

   Proprio questo testo, a detta del Marti, sarebbe alla base del capitolo I, 33 (Comment Eneas arriva en Ytaille) del Trésor di Brunetto Latini:


   Quando Troia fu presa e messa a ferro e fuoco e ci si uccideva gli uni gli altri, Enea il figlio di Anchise con il padre e Ascanio suo figlio se ne uscirono dalla città e si portarono un grandissimo tesoro e con un gran numero di persone scamparono. E perciò gli autori raccontano che egli seppe del tradimento, e ne fu complice, e parecchi dicono che non ne seppero niente se non alla fine, quando la cosa non potè essere evitata; ma comunque andò la cosa egli e la sua gente se ne andarono per mare e per terra, e prima o dopo arrivarono in Italia[33].


   Li autors sono evidentemente Bénoit de Sainte Maure e Guido delle Colonne, se non proprio Darete e Ditti; ed è quindi indubbio che il maestro amato e venerato di Dante conoscesse bene la versione dell’impius Aeneas.


   Come si giustifica allora il generale silenzio degli studiosi e commentatori di Dante che nulla dicono del coinvolgimento dell’eroe nel tradimento, limitandosi a parlare della colpa di Antenore a proposito dell’Antenora di Inferno XXXII 87 e degli Antenori di Purgatorio V 75?


   E come mai nessuno ha finora rilevato che l’eroe virgiliano è citato più volte indirettamente nel poema, ma che Dante ne fa solo il nome quando ci dice di averlo visto nel Limbo (Inferno IV 121)?
La prima domanda sembrerebbe avere una sola risposta, che non vorrei suonasse offensiva e presuntuosa: i testi di Darete, Ditti, Bénoit de Sainte-Maure e Guido delle Colonne, e più particolarmente i riferimenti ad Enea traditore, hanno avuto sino ad oggi troppo pochi lettori, generalmente distratti. E’ pur vero, però, che accanto alla fonte virgiliana i fatti di Troia erano noti a Dante e a tutto il Medioevo proprio per il tramite di questi autori.


   Al secondo quesito, se come mi appare evidente Dante conosceva la versione del tradimento, non c’è che una risposta credibile: il divino poeta , seguendo fedelmente il suo impareggiabile maestro, l’ha volutamente taciuta perché parlandone avrebbe messo in crisi irreversibile la credibilità di Virgilio e la struttura stessa della Commedia. Ma, naturalmente, anche perché questa immagine di Enea appariva a lui come già al suo maestro e oggi a noi infinitamente meno bella e poetica.

 

 

 

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