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In Primo Piano

 

Francesco Chiappinelli  

 

Pius Aeneas,

Impius Aeneas

 

Testimonianze 

►Dante

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►Bibliografia

DANTE

"In quei giorni Dante era molto agitato: non per l’esilio, né per la umiliante necessità di chiedere il pane a chi glielo faceva tanto pesare, ma perché la Commedia pareva giunta ad un punto morto. Come avrebbe potuto immaginare che l’invenzione dell’Antenora, il luogo dove Ugolino della Gherardesca e l’arcivescovo Ruggieri si sarebbero così drammaticamente incontrati, potesse gravargli tanto? Eppure, ormai, il problema c’era e bisognava affrontarlo.

   Anche perché non del solo Antenore si trattava: ormai la prima cantica, nel 1309, era stata di fatto completata e molti canti, egli lo sapeva, erano già abbastanza noti; e tutto faceva presagire che l’accoglienza della gente non sarebbe stata negativa. Certo, in tanti non avevano condiviso la sua scelta del volgare invece del latino, ma a Dante in fondo interessava più che il poema fosse noto e caro a molti che ai pochi che avrebbero comunque arricciato il naso. Ora, però, scegliere lo spazio di Antenore avrebbe comportato conseguenze non lievi sulla struttura del poema intero e sul ruolo che vi doveva svolgere lo stesso Virgilio. Perciò la scelta non era facile..."

Questo è l’incipit della seconda parte della ricerca sull’impius Aeneas, certamente la più suggestiva ed originale e che ha conseguito numerosi riconoscimenti letterari oltre che filogici. L’intera ricerca è stata pubblicata da Bonanno e può essere acquistata nelle librerie o prenotata presso l’autore, Francesco Chiappinelli, all’indirizzo: fchiappinelli@libero.it

Nella seconda parte della ricerca, l’autore lascia solo apparentemente il solco delle testimonianze filologiche per introdurre il lettore in una sorta di fiction il cui protagonista è Dante.

   Il poeta della Commedia in maniera abbastanza verosimile, a giudicare dalle scarse notizie biografiche relative a quegli anni, tra il 1308 ed il 1310 avrebbe trascorso del tempo a Parigi, per seguire e tenere corsi alla Sorbona, in singolare coincidenza con le fasi conclusive della composizione dell’Inferno. In questa occasione potrebbe senz’altro essere andato alla ricerca del testo del Roman de Troie di Benoit de Sainte-Maure, il monaco normanno che fece rivivere la vicenda troiana nell’Europa del Medio Evo. In quest’opera, dichiarata rielaborazione dei testi di “Darete frigio” e “Ditti cretese”, era ripresa con abbondanti particolari la storia del tradimento di Troia da parte di Antenore ed Enea.

   Il divino poeta, che già ne era a conoscenza per gli accenni contenuti in una lettera di Boncompagno da Signa, importante uomo politico toscano, in numerose versioni latine o volgari dei Fatti di Troia, per la versione latina del Roman dovuta a Guido delle Colonne e soprattutto per averne letto in un passo del Trésor di Brunetto Latini, il caro maestro inserito tra i sodomiti, avrebbe deciso di nascondere ai suoi lettori questa vicenda soprattutto per non minare la credibilità di Virgilio, sua guida nell’oltretomba; ma avrebbe volutamente lasciato nel poema alcune tracce, quelle legate ad Antenore e non ad Enea, a conferma ulteriore che il suo era un silenzio voluto e non certo inconsapevole.

ANTENORA

L’Inferno sarebbe stato ultimato entro il 1309, e gli ultimi nove canti sarebbero stati composti dopo la primavera del 1307. Dante è in esilio dal 1302, quando si era recato a Roma in ambasceria da Bonifacio VIII e nel 1303 è stato prima a Forlì da Scarpetta Ordelaffi e poi a Verona da Bartolomeo della Scala, che quell’anno appunto sarebbe morto lasciando Cangrande suo ideale erede; nel 1304 a Treviso presso Gherardo da Camino, poi a Padova, forse a Venezia, e a Reggio da Guido da Castello; forse a Bologna. Gli anni 1308-10 sono un periodo di oscure peregrinazioni, prima probabilmente a Lucca, poi in Istria, e  a Parigi per studiare alla Sorbona, dove forse tenne anche qualche lezione. Negli anni successivi trascorse molto tempo presso Cangrande, a Verona.

 

In quei giorni Dante era molto agitato: non per l’esilio, né per la umiliante necessità di chiedere il pane a chi glielo faceva tanto pesare, ma perché la Commedia pareva giunta ad un punto morto. Come avrebbe potuto immaginare che l’invenzione dell’Antenora, il luogo dove Ugolino della Gherardesca e l’arcivescovo Ruggieri si sarebbero così drammaticamente incontrati, potesse gravargli tanto? Eppure, ormai, il problema c’era e bisognava affrontarlo.

   Anche perché non del solo Antenore si trattava: ormai la prima cantica, nel 1309, era stata di fatto completata e molti canti, egli lo sapeva, erano già abbastanza noti; e tutto faceva presagire che l’accoglienza della gente non sarebbe stata negativa. Certo, in tanti non avevano condiviso la sua scelta del volgare invece del latino, ma a Dante in fondo interessava più che il poema fosse noto e caro a molti che ai pochi che avrebbero comunque arricciato il naso. Ora, però, scegliere lo spazio di Antenore avrebbe comportato conseguenze non lievi sulla struttura del poema intero e sul ruolo che vi doveva svolgere lo stesso Virgilio. Perciò la scelta non era facile.

   Già. Mentre vedeva scorrere le acque della Senna, Dante ripensava ai motivi che lo avevano portato a Parigi, dopo le tante peregrinazioni del passato, e alla munifica generosità dei suoi protettori più e meno recenti, Bartolomeo e Cangrande della Scala, i Malaspina, Gherardo da Camino, che gli avevano garantito un po’ di respiro, ammirati del suo Convivio. Certo, il viaggio in Francia era ufficialmente legato ai suoi studi, ma l’occasione si era rivelata oppor-tuna anche per cancellare i dubbi che lo angosciavano in relazione ad Antenore e, soprattutto, ad Enea. Proprio a Parigi, infatti, egli sperava di trovare quel Roman de Troie di cui, lo ricordava bene, aveva parlato spesso con ammirazione ser Brunetto, negli anni belli di Firenze. Come dimenticare le ore passate a discutere con il maestro di Guido delle Colonne, l’ammirato poeta siciliano che a ser Brunetto pareva molto più importante per la sua traduzione dal francese in latino del Roman che non per le liriche in volgare?

   “Vero è - pensò Dante - che Guido forse scientemente non ha fatto alcun cenno al Roman de Troie, mentre sia nel prologo che nella conclusione cita ripetutamente Ditti e Darete, in termini più che positivi. Probabilmente avrà voluto dar lustro alla sua opera facendo riferimenti ad autori così remoti… ma, almeno in teoria, tutti sanno che la vera fonte di Guido è il monaco normanno“. Ma il testo del Roman non era facilmente reperibile, almeno in Italia, anche perché era un’opera lunghissima, addirittura trentamila versi… Lo stesso Brunetto aveva confessato di non averlo mai letto integralmente, ma solo in maniera frammentaria ed occasionale, e proprio per questo aveva apprezzato l’epitome e la traduzione di Guido.

   Di tempo ne era passato tanto, e in realtà l’ammirazione profonda di Dante per il maestro era pian piano divenuta più misurata. Non per ragioni morali, certo, ma piuttosto per la scelta da parte di ser Brunetto del francese invece che del volgare toscano, con il suo Trésor. E forse ser Brunetto, se fosse stato ancora in vita, non avrebbe gradito la pubblicità poco simpatica che il suo allievo migliore gli aveva fatto mettendolo tra i sodomiti! A dire il vero,  Dante l’aveva appena accennata, tra i tanti elogi che gli aveva comunque fatto, in quel quindicesimo canto. E poi, quante persone  ammirate e magari amate aveva già dovuto porre nei vari gironi infernali! La natura stessa del poema lo esigeva.

   Ora però proprio Ser Brunetto, forse per vendicarsi, tornava con insistenza a tormentarlo: proprio rileggendo attentamente il Trésor Dante vi aveva trovato l’accenno al tradimento di Enea – per di più del solo Enea! - :

   ” Quando Troia fu presa e messa a ferro e a fuoco, e ci si uccideva l’un l’altro, Enea il figlio d’Anchise con suo padre e il figlio Ascanio se ne uscirono dalla città e portarono via un grandissimo tesoro, e con molta altra gente si misero in salvo. E perciò gli autori raccontano che egli seppe del tradimento e ne fu complice, e parecchi dicono che non lo seppero che alla fine, quando la cosa non potè essere evitata; ma, comunque sia andata, egli e la sua gente vagarono per terra e per mare finché, prima o dopo, arrivarono in Italia.

   Inoltre, proprio tra i sodomiti Dante aveva inserito altri illustri toscani: Iacopo Rusticucci, Tegghiaio Aldobrandi, e quel Guido Guerra sposo di Gualdrada e podestà di Lucca i cui discendenti avevano per la prima volta applicato la consorteria per il titolo di comes palatinus della loro città…Ma Dante sapeva bene che anche un importante personaggio, Buoncompagno da Signa, aveva tentato di dissuaderli da questa scelta pericolosa inviando loro una lettera pubblica di raccomandazione nella quale citava funesti esempi di rivalità tra fratelli e parenti; e proprio dopo Esaù e Giacobbe faceva uno strano riferimento ad Enea:

    “Pure Enea in odio a Priamo persuase i suoi amici che l’eccellentissima città di Troia fosse distrutta; e pertanto le mura e i capi stessi della città per l’ambizione di dominio grondarono di sangue fraterno”. Erano poche parole in una lunga lettera, ma certo Buoncompagno non le aveva scritte a vanvera per una occasione così rilevante. In tanti erano a conoscenza di quella dotta epistola mandativa, e lui stesso ne aveva tenuto conto quando aveva composto il canto XVI  senza sospettare nulla dei problemi che ora lo angosciavano.

   Dante ricordava bene che di quegli appassionati dialoghi con ser Brunetto aveva preso nota e aveva gelosamente conservato quegli appunti. Ma poi c’erano stati gli anni tumultuosi delle contese tra Bianchi e Neri, il Priorato, l’inutile ambasceria a Roma e l’esilio, con la condanna a morte in contumacia. I suoi beni erano stati sequestrati, e rientrare in possesso di quegli scritti era ormai impossibile.

   Non era stato difficile, però, procurarsi una copia del Trésor e ritornare su quelle parole relative ad Enea. Inoltre, come se non bastasse, proprio a Roma, mentre le giornate correvano in apparente e torpida inerzia, egli aveva sentito parlare di un’opera interessante, sulle vicende di Troia e di Roma, volgarizzate in dialetto romano appunto da una precedente versione in latino. Ed  era riuscito a procurarsene una copia e a leggerla, sia pure in modo frettoloso. Ebbene, anche lì aveva trovato un riferimento preciso al tradimento di Antenore ed Enea!

   Mentre rifletteva, continuava nervosamente a maneggiare lo scartafaccio che aveva portato con sé, appunto l’Historia destructionis Troiae di Guido delle Colonne. Non aveva certo portato a Parigi tutto il manoscritto! Sarebbe stato inutile, perché, in fondo, quel che avrebbe dovuto controllare erano naturalmente i passi iniziali e finali dell’opera, lì dove appunto si parlava del tradimento di Antenore ed Enea e della consegna di Troia ai Greci. Se la traduzione di Guido era fedele, allora la notizia del tradimento risaliva almeno all’autore del Roman, Benoit de Sainte Maure, e quindi ad un secolo e mezzo prima…ma Dante temeva che la storia fosse molto più antica, che risalisse davvero a Ditti e Darete, i cui nomi aveva letto solo nell’opera del poeta di Messina e che magari erano gli autori di cui aveva scritto Brunetto. Forse, per togliersi subito il dubbio, sarebbe stato meglio portare a Parigi tutto il codice. Ma per questo Cangrande non sarebbe stato certo d’accordo, avrebbe chiesto delle spiegazioni e Dante preferiva non dargliene, almeno non prima di aver risolto i suoi dubbi. Aveva perciò pazientemente ricopiato il prologo e gli ultimi  libri, quelli della storia del tradimento, e neanche tutti, solo i capitoli che più lo interessavano, per non insospettire troppo il suo munifico protettore, comprensibilmente geloso di quel bel codice in pergamena, con le miniature dorate.

   Più ci ripensava, però, e più gli frullavano per la testa quei due strani nomi e gli pareva bene che tanti anni prima ser Brunetto ne avesse parlato; e che anzi avesse fatto riferimento con ammirazione a qello che di Darete aveva scritto il grande Isidoro, nelle sue Etimologie.

   Ma anche di questo, prima dell’indomani, sarebbe stato impossibile rendersi conto. Appena la Sorbona avesse aperto i battenti e gli fosse stato possibile, pensò Dante con rassegnata impazienza, bisognava con la lettera di presentazione di Cangrande chiedere di vedere l’opera del monaco normanno e magari, subito dopo, quella di Isidoro di Siviglia. Certamente, lì alla Sorbona, ce n’era una copia.

   Ora, però, era proprio il caso di andare a riposare per la notte. Dopo tanti giorni di viaggio e con tutto quello che bisognava fare l’indomani, Dante si sentiva stanchissimo. Alla Senna, e ai tanti monumenti di quella città così incantevole, ci sarebbe stato tempo da dedicare nei giorni successivi.

   Dante l’indomani entrò nella Sorbona con una calma solo apparente. E poi, la notte era passata quasi del tutto insonne, e se fosse stato possibile avere lume sufficiente sarebbe stato meglio rileggere per l’ennesima volta il testo di Guido delle Colonne che svegliarsi ogni tanto di soprassalto, per le tante domande che non gli lasciavano tregua. Ma ormai finalmente si era al dunque. A dire il vero, quando aveva timidamente esibito la lettera di Cangrande, il chierico dall’aria severa che accoglieva i nuovi arrivati nell’androne austero della biblioteca lo aveva accolto senza troppo nascondere la sua diffidenza, e aveva anche guardato con insistenza le carte che Dante aveva tra le mani. Gli aveva chiesto qualcosa in lingua d’oil, ma Dante, che pure sapeva leggerla e tradurla, non aveva capito cosa volesse; e il chierico, con un sorriso condiscendente, gli aveva posto il quesito in latino. Dante spiegò puntigliosamente in francese che quello che aveva tra le mani  era un manoscritto suo e che proprio per motivi di studio era venuto dall’Italia a confrontarlo con il testo del Roman. Il guardiano si era un po’ addolcito e aveva sussurrato sottovoce che avrebbe dovuto attendere qualche ora, perché la ricerca non sarebbe stata facile né breve. Se voleva, però, Dante poteva sedersi in un angolo e studiare le sue carte o, in alternativa, uscire nei giardini vicini e passeggiare. Ma il poeta era stato ben contento di poter rileggere lo scritto di Guido: così, appena il chierico gli avesse portato quel testo, immediatamente avrebbe potuto fare quell’importante confronto.

   Rileggendo i passi di Guido delle Colonne, Dante non potè dominare la sua emozione: gli accadeva questo ogni volta, e non era ormai il caso di stupirsene. Quanto era diverso il racconto di Virgilio! Il secondo libro dell’Eneide (egli avrebbe saputo ripeterlo tutto a memoria) era pieno di esaltazione ed elogio per il comportamento dell’eroe, per la sua pietas e per il suo inutile valore contro l’astuta vittoria dei Greci, e l’amore di Didone gli pareva determinato molto più dal racconto dell’infelice naufrago che dalle trame di Venere e Cupido. Ma questa immagine bellissima era irreparabilmente offuscata nell’immaginazione di Dante dalle parole del poeta di Messina, e, forse, di altri prima di lui. Nella concitazione del momento Dante non si rese conto che stava leggendo a voce alta, e se ne accorse solo perché da uno, tutto avvolto in uno strano mantello, con un copricapo che non aveva mai visto prima, gli venne un infastidito invito al silenzio. Allora riprese a leggere sottovoce, senza nulla perdere della sua concentrazione.

 

INCOMINCIA IL PROLOGO SOPRA LA STORIA DI TROIA

COMPOSTA PER GUIDO GIUDICE DELLE COLONNE DI MESSINA

“…quelle cose, le quali per Ditti Greco e Darete frigio, i quali nel tempo della battaglia troiana continuamente nelle loro osti (=eserciti) furono presenti, e delle cose che videro furono fedelissimi recitatori: per me Guido giudice delle Colonne di Messina trasposte nel presente libro si leggeranno siccome in due loro libri si trovoe scritto in Atene, quasi in una consonanza di voci. ..”

   Dante non poté fare a meno di pensare che se davvero Ditti e Darete avevano partecipato alla guerra di Troia il loro resoconto doveva essere ben più credibile di quello del mitico Omero, che aveva inquadrato il conflitto nelle banali vicende degli dèi pagani e delle loro gelosie. Ma poi con un sospiro si consolò dicendosi che né di Omero né di Ditti e Darete avrebbe potuto mai legger nulla di originale, finché la sua conoscenza del greco si fosse limitata a quel poco che con passione aveva cercato di imparare durante i saltuari soggiorni nella bizantina Romagna…

   Prima di leggere la storia del tradimento, volle però tornare sulle parole conclusive dell’opera di Guido.

   …”Ed in questo luogo fece Darete fine al suo libro, e così Cornelio; e tutte le altre cose sono del libro di Ditte... Non pertanto Darete e Ditte, i quali furono al tempo della battaglia Troiana, e furono presenzialmente nella battaglia, nella composizione dell’opera loro per la maggiore parte si sono trovati in concordia, e in poche cose sono trovati scordanti. E bene s’accordano che Antenore ed Enea furono facitori del detto tradimento.  Ma Darete disse che Polidama figliuolo d’Antenore se ne andoe di notte tempo alli Greci, ed in quella notte trattoe colli Greci il modo della presura di Troia, e che quando egli avesse renduto certo segno, ch’elli si studiassero d’assalire Ilion.

   Disse ancora che li Greci di notte non intrarono in Troia per lo muro rotto, per cagione del cavallo del rame fatto da’ Greci, non facciendo alcuna menzione del cavallo predetto; ma elli disse ch’elli entrarono per la porta di Stean (sic, ndr), nella sommitade della quale porta era fabbricato uno capo d’uno cavallo; avvegna dio che Virgilio si concordi con Ditte del cavallo del rame. E per questa porta Stean disse Darete che Antenore ed Enea e Polidama  ricevettero li Greci, ed indi diedero loro l’entrata; e che per loro di notte tempo fue Ilion occupato, e che in quello imprima fue messo Nettolemo figliuolo d’Achille. Ed ancora disse il detto Darete, che Enea non solamente nascose Polissena, ma ancora insieme con lei celoe Ecuba sua madre; e per questa cagione disse che fue privato della cittade di Troia, e della morte d’Ecuba niente disse… e doppo molte battaglie che feciono insieme, li Greci, per tradimento ordinato per Enea e con Antenore cittadini e grandi baroni di Troia, tradirono la detta loro cittade; onde fue morto lo re Priamo e suoi figliuoli e distrutta Troia…ed ancora vi fue peggio: che i cittadini medesimi, come la storia hae contato, la tradirono a fine di rimanere signori…”.

   E, sfogliando all’indietro le pagine del manoscritto, Dante prese a rileggere la storia della caduta rovinosa di Troia:

 

 

FINISCE IL LIBRO VENTESIMOOTTAVO ED INCOMINCIA IL VENTESIMONONO

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CAPITOLO  UNICO

“….Essendo adunque rinchiusi li Troiani con molti angosciosi dolori nella cittade, Anchise col suo figliuolo Enea, ed Antenore col suo figliuolo Polidama fecero insieme consiglio, come elli potessero fare salva la vita loro, acciocché non fossero distrutti per li Greci; e se ad altro modo non potessero scampare, di tradire la cittade... Manifestamente si presume che ‘l consiglio de’ predetti procedeva solamente da tradimento; acciocché sotto la copertura del trattato della pace, prendano agio li detti traditori, e se in altro modo non si possono salvare, denno la cittade...  Onde allora si partirono dal Re Antenore ed Enea furiosamente parlando. Rimaso adunque Priamo confuso con molto dolore ed in molte lagrime s’arruppe, veggiendo che palesemente li convenia dubitare, che Antenore ed Enea non mettano la città nel podere de’ Greci, e che per tanto empiamente non deano  lui a morte; per la qual cosa, desiderando di perdere innanzi loro nelle loro tradizioni, chiamoe segretamente a sé Anfimaco, suo figliuolo, al quale elli parloe per queste parole:.. Io soe fermamente che questi due Antenore ed Enea intendono di trattare che li Greci ci uccidano, e di dare loro la cittade…”… E tantosto Antenore ed Enea con alquanti loro seguaci giurarono la tradigione della cittade, ponendosi in cuore di non andare più alli consigli del Re Priamo, se non con moltitudine d’armati... li quali amendue trattavano di dare la cittade a’ Greci, salve le lor persone, e le loro cose e de’ loro parenti… E così celebrando il consiglio, fue fatto Antenore ambasciadore per andare al postutto a trattare pace colli Greci... E poich’egli fue sceso e condotto dinanzi ad Agamennone, esso Agamennone con li altri Greci ordinarono dalla loro parte, che della detta pace fosse trattatore lo Re Taltibio, Ulisse e Diomede; e tutti li Greci promettessero d’avere fermo in perpetuo tutto ciò che per li detti tre fosse fatto col quarto Antenore. E poiché queste cose furono fermate con sacramento corporale, ed essi tre furono in segreto col detto quarto Antenore pieno di falsitate, ei promise di tradire loro la cittade in tale guisa, ch’elli ne faranno a loro volontade, sicurando imprima lui ed Enea fermamente delle loro persone, e tutti loro parenti, li quali elli vorranno eleggere, e tutte le sue possessioni e beni; e similemente quelli d’Enea in tale maniera, che liberi e sanza offensione si rimangano loro: e tutto questo giurarono li predetti tre d’attenere fermamente ad Antenore.  …Nel seguente die ragunoe il detto Re Priamo tutti li cittadini di Troia a parlamento per l’ambasciata d’Antenore udire, acciò ch’egli dichiarasse nella comune audienza tutto quello che avea trattato colli Greci. Allora Antenore vogliendo celare le sue maliziose composizioni del tradimento, fece con grande aringheria lungo sermone, affermando per le sue parole la grande potenzia de’ Greci, e della loro grande e ferma lealtade, inducendo maliziosamente sopra le dette cose per argomento e per vera pruova la ferma costanzia, che li Greci avevano avuta per addietro nello loro triegue con li Troiani, delle quali alcuna non era stata viziata… Ma perciò ch’elli non hae ancora finalmente potuto conoscere da’ Greci la loro volontade, addomandoe e laudoe che Enea andasse con lui assieme alli Greci; sì ch’elli amendue sentano l’ultima e finale volontade de’ detti Greci, ed acciochè essi Greci ricevano maggiore fermezza, che s’osservino le promissioni fatte per lui Antenore. E così tutti comunemente approvarono il detto d’Antenore. Onde Enea ed Antenore col detto Re Taltibio pervennero a’ Greci. Ma lo Re Priamo, quando il parlamento fue finito, secretamente s’entroe nella sua camera; ove per troppo dolore, sparse molte lacrime, immaginando nel cuore suo li traditevoli inganni d’Antenore e d’Enea... Antenore ed Enea andarono nel campo de’ Greci, ov’elli trattarono più fermamente di tradire la cittade con quelli tre che i Greci avevano eletti; e della riconciliazione d’Elena con Menelao ricevettero da lui ferma grazia; per la qual cosa li Greci stanziaro che Ulisse e Diomede andassero con Antenore e con Enea a Troia per ambasciadori... E poiché fue finito il parlamento, tutti votarono il palagio, salvo che Antenore colli detti ambasciadori; li quali si trassero da una parte, ove secretamente potessero parlare di  secreti loro tradimenti. Ulisse disse allora ad Antenore: - Perché indugi tu li nostri desiderii con tante spettazioni, che la cosa che tu ci hai promessa non viene a compimento? –. Ed Antenore rispose: - Li Dii ne sanno la mia volontade; imperciocchè a nulla altra cosa vegghio, se non di compiere insieme  con Enea le promissioni a voi fatte per noi; ma nello impedimento de’ nostri desiderii è alcuna mirabile immagine strutta dalli nostri Dei, la quale io ora, se vi piace, vi specificherò per parole -. Al quale disse Diomede: - E piacci, ed ecci a grado -. Alli quali così disse Antenore: - Certa cosa è ed indubitabile in questa cittade, che il Re Ilio, il quale imprima fondoe Ilion nella cittade di Troia, così chiamata per lo suo nome, ordinoe in onore di Pallas uno grande magistrale Templo; il quale essendo  tutto compiuto, salvo che ‘l tetto, scese da Cielo uno maraviglioso segno, ed una cosa molto virtudiosa, e per divina operazione se medesima aggiunse nel muro, allato al grande altare. Ove d’allora in qua continuamente è stata, e mai non si lasciò mutare dal detto luogo, ov’ella è, se non solamente a’ suoi guardiani; ed ora solamente al suo guardiano, il sacerdote, il quale la guarda con grande diligenza; e siccome io investigai da’ suoi guardiani, la sua materia per la maggior parte è di legno. Ma di quale generazione di legno si sia, da nullo si puote sapere; né com’ella poteo essere fatta in quella forma, che ell’è. La Dea Pallas, per lo cui beneficio si dice, che ‘l detto segno ed immagine fue conceduta alli Troiani, disse che virtude è quella che persevera nel detto segno; la quale è cotale, che infinchè il detto segno serae nel detto Tempio, ovvero dentro dalle mura della cittade di Troia, giammai li Troiani non perderanno la cittade, né li Regi Troiani, né le loro erede. Questa è fermamente la certissima speranza de’ Troiani, per la quale essi vivono sicuramente in Troia, non temendo la sua struzione né la sua rovina. Il nome di questo segno, però che si crede, che Pallas il desse, comunemente è appellato Palladio -. Allora disse Diomede ad Antenore: - Amico, s’elli è così come tu di’ del Palladio, vano è il nostro affanno, se la cittade non si puote avere né pigliare per lo Palladio -. Ma Antenore rispose: - Se voi vi maravigliate della nostra dimora, perché le nostre promissioni non sono mandate ad esecuzione, questa è sola la cagione, perché elle sono indugiate infino a ora. Ma conciossiacosachè io infin ad oggi abbia trattato col sacerdote, guardiano del Palladio, ch’elli il ci dea furtivamente, del quale io già hoe certa fede, per una grandissima quantitade d’oro a lui da me promessa; sanza fallo siamo certi, che sì tosto come il Palladio sarae fuori delle mura della cittade, io il vi manderoe, e allora certamente s’adempierae il vostro desiderio -. E così si rimase lo loro consiglio. A’ quali anzi che si partissero, un’altra volta disse Antenore: -O carissimi, acciocchè il nostro presente consiglio non sia sospetto per la nostra dimoranza, egli mi conviene andare al Re Priamo, e dicere infintamente a lui, che ‘l fatto nostro veramente nel suo essere sia celato, il quale io hoe trattato con voi d’avere da voi il certo numero della quantitade della moneta, la quale voi intendete d’avere da lui e da’ suoi cittadini. E così prendendo commiato intra loro, Antenore se ne andoe verso lo Re Priamo.

                        FINISCE IL LIBRO VENTESIMONONO ED INCOMINCIA  IL TRENTESIMO

 CAPITOLO PRIMO

 

Della presura, e della struzione di Troia, e della morte del Re Priamo e della sua moglie e di Polissena sua figliuola.

   ... Ed intanto, mentre che li Troiani sollicitamente riscuotevano le predette quantitadi, Antenore di nottetempo se ne andoe a Toante sacerdote, guardiano del Palladio, e portoe seco grande quantitade d’oro di grande peso, la quale elli offerse al sacerdote Toante. Ed essendo amendue loro in secreto li disse Antenore: -Ecco sì grande quantitade d’oro che, mentre che tu viverai e le tue erede, sempre potrai abbondare in ricchezze. Adunque ricevile, e dammi il Palladio che tu guardi, sì ch’elli mi sia lecito di portarlone. Da nulla persona si potrae sapere quello che da noi due soli si commetterae; e fermamente, siccome tu intendi di schifare la infamia de’ Troiani, e così io. Certo io vorrei innanzi morire, che i Troiani mi potessero apporre ch’io fossi partecipe o facitore di questo fatto. E veramente io m’hoe posto in cuore, che sì tosto come tu il m’avrai dato, di mandarlo ad Ulisse molto secretamente.

   La quale cosa quando poi si saprae, il detto Ulisse ne sarae incolpato, e dicerassi che Ulisse abbia furato dal Tempio il Palladio; e noi due saremo al postutto scusati da ogni peccato di nocenzia -. Ma il detto sacerdote Toante quasi per la maggior parte della notte contradisse alle parole d’Antenore; ma alla perfine innanzichè la notte perdesse le sue tenebre, Toante allacciato per cupidigia dell’oro, spontaneamente concedette  che ‘l Palladio fosse tolto, e portato fuori del Tempio a volontade d’Antenore; il quale tantosto ne portoe Antenore dal Tempio, e tantosto nella detta notte il mandoe per uno suo messo aì Greci, il quale fue incontanente assegnato ad Ulisse. E poi quando la fama si sparse, palesemente si disse che Ulisse per sua sagacitade l’avea tolto a’ Troiani.

   ... E dopo il sacrificio fatto, il prete Crisis consiglioe secretamente li maggiori dell’oste de’ Greci, ch’elli facciano fare in similitudine di cavallo uno grande cavallo di metallo, nel quale si possano nascondere mille battaglieri almeno, “il quale cavallo si farae secondo ch’io giudicheroe; imperciocchè questa è veramente la volontade di tutti gli Dei. Questo cavallo si farae per lo magistero e per l’arte di Epe savio artefice, nel quale s’ordineranno alquante chiusure sì artificiosamente composte e suggellate, ch’elle non si parranno di fuori; per le quali a luogo e a tempo potranno uscire li detti battaglieri raccolti; la quale cosa, quando fia fatta, e li combattitori vi saranno allogati, addomanderete al Re Priamo, che ‘l detto cavallo lasci entrare nella cittade a onore di Pallas, e lascilo pervenire al suo Templo; e voi andrete innanzi per cagione di liberarvi dal boto vostro infinto d’essere fatto alla Dea Pallas, per la tolta del Palladio, la quale voi faceste dal suo Tempio”. E così per lo consiglio di Crisis il prete, e per la sua provisione, con grande fatica degli artefici e sanza alcuno intervallo fue fatto e fornito il detto cavallo nell’ultimo anno della presura della detta cittade... Nella mattina seguente, siccome infintamente era composto di giurare la pace nel mezzo de’ campi fuori delle mura della cittade, ov’erano ordinati li santuari dai Greci, lo Re Priamo uscio fuori della cittade con grande compagnia di sua gente; ed  ivi così elli, come li Greci, giurarono di fermamente osservare la pace secondo la forma del sacramento; e dinanzi a tutti li altri giuroe la detta pace Diomede, secondamente che Antenore dispuose intra loro. E quando li Greci ruppero poi la pace, dissero che non erano pergiuri; imperciò ch’elli trattarono con Antenore non vera pace, ma pace infinta e tradigione; e così fue. ... Allora i Greci desiderando di trarre a fine gli agguati del loro ingannevole tradimento, pregarono Priamo, che lasci entrare nella cittade il cavallo del rame, il quale affermarono, che aveano fatto fare all’onore di Pallas, acciocchè ella fosse loro benigna al partire; e che ‘l detto cavallo lasci allogare dinanzi al Tempio di Minerva, acciocchè la Dea Pallas umiliata per l’offerta di tanto presente dimentichi il furto del Palladio; e lascigli salvamente navicare colle loro navi, e tornare nel paese loro sanza pericoli di mare. Ed avvegnadiochè lo Re Priamo per nullo modo rispondesse alle dette addomandagioni, nondimeno Enea ed Antenore dissero, ch’era da fare, affermando che ‘l detto presente era per essere perpetuo onore della cittade. E così malvolentieri il consentìo lo Re Priamo poiché Enea ed Antenore con traditevoli inganni l’aveano conceduto. ... li Greci salirono in sulle loro navi, e con le vele piene si partirono da’ liti de’ Troiani, veggiendogli li Troiani: e di ciò molto rallegrandosi li Greci giunsero a Tenedon uno poco innanzi al tramontare del sole, ed ivi cenarono con molta gioconditade; e sopravvegnendo l’ombra della notte s’armarono di loro armi da combattere, ed andarne alla cittade di Troia in grande silenzio. 

   

                                        

CAPITOLO II

 

Della struzione e ruberia di Troia

Ma quando Sinone s’avvide, che li Troiani erano iti a dormire, aperse le chiusure, ed uscì dal cavallo; e già avea egli acceso il fuoco, quando li Greci giunsero e riceverono il  segno, ed intrarono per lo stracciato muro della porta nella cittade; e li battaglieri, ch’erano assettati nel cavallo, uscirono fuori, e fortemente assalirono li Troiani; li quali dormendo nelle loro case, sanza alcuna dubbievole paura, sicuramente dimoravano sanza alcuna speranza d’inimichevole assalimento. E così, poiché li Greci furono dentro, incominciarono a rompere li usci e le porte de’ Troiani, ed a salire suso, inimichevolmente accidendo li predetti Troiani sanza alcuna discrezione o scelta de’ maschi e di femmine; e sanza risparmio d’alcuna etade, piccioli o grandi tutti li mettono al taglio delle coltella, e le loro preziose ricchezze dispongono a rapace preda, spogliandogli d’ogni loro preziosa cosa, e d’ogni utile arnese; sì che, innanzi che si schiarasse il giorno, più di ventimilia uomini uccisero a ghiado (cioè: gladio), dispogliando crudelmente li Templi della detta cittade...

   Quando la mattina fue schiarata, li Greci sotto il conducimento d’Antenore e d’Enea, traditori della loro patria, assalirono il grande Ilion, non trovando alcuna difensione da’ Troiani; ond’elli mandano al ninferno chiunque elli truovano. Ma Pirro, poich’elli fue entrato nel detto Tempio d’Apollo, ove lo Re Priamo aspettava la propria morte, tantosto li assalìo colla spada ignuda; e nella presenzia del malvagio Antenore ed Enea, guidatore del detto Pirro, uccise crudelmente dinanzi al detto altare il detto Re Priamo; sicchè per la grande sparsione del sangue suo, la maggior parte dell’altare fue bagnata.

   Ma Ecuba e la sua figliuola Polissena si diedero alla fugga, e dov’elle fuggano al postutto elle nol sanno. E fuggendo èlleno, le scontroe Enea, al quale Ecuba così disse con molto ardente furore: - Ah malvagio traditore, onde poteo uscire da te tanta durezza di crudeltade, che tu guidassi al Re Priamo li suoi ucciditori, il quale tu dovevi difendere con la tua difensione? Or non ti raccordi tu delle grandissime cose che tu ricevesti da lui, e di quanto onore tu fosti magnificato appo lui? Tu hai tradita la tua patria e la tua cittade, ove tu nascesti, nella quale tu se’ stato tanto tempo glorioso, per vedere la sua ruina, e non ti spaventi di vedere li suoi incendii? Ora dunque abbia il tuo empio animo almeno degnamente misericordia di questa misera Polissena, perdonile adunque il tuo malvagio occhio, ed intra tanti mali che tu hai fatti, fa’ che almeno si possa dire, che tu abbi fatto questo picciolo bene, che tu al postutto, se puoi, procuri di camparla, innanzi ch’ella caggia tra le mani de’ Greci, li quali l’uccidano o villanamente la disonestino -.

   Allora mosso Enea per le parole d’Ecuba, ricevette Polissena, e celatamente la menoe seco, e nascosela in luogo secreto. Ma Telamone Aiace trasse del Tempio di Minerva Andromaca, che fue moglie d’Ettore, e Cassandra, ed amendue le ne menoe seco. Ma li Greci perseverando nella loro crudelitade, dai fondamenti rovesciarono tutta Ilio; e mettendo nella cittade di Troia spessi incendii, in tutto fermarono d’affocarla. Onde la cittade Nettunia, Troia, tutta fummava; onde sì rovinarono li grandi palagi, e poich’erano arsi in subite faville divenivano vani; salvo che le magioni de’ traditori, le quali per certo segnale dato, furono conservate dal fuoco. Adunque essendo quasi da’ fondamenti rovesciata la cittade, ordinoe Agamennone, che tutti li maggiori dell’oste si ragunassero nel grande Tempio di Minerva; e poich’egli vi furo, Agamennone incontanente sollicitamente di due cose li richiese. L’una si fue, ch’elli osservassero la fede a coloro, per lo cui aiuto elli erano fatti vincitori e Signori della cittade, ciò era ad Antenore ed a Enea; l’altra si fue, che modo o forma si dovesse ossevare a dividere la preda, e le spoglie, e le ricchezze, e tesauri della cittade, che s’erano acquistati. Ma questa fue la risposta de’ Greci, che la fede si dovesse osservare ad Antenore ed ad Enea principi del tradimento, per li quali li Greci sono fatti Signori della cittade; e che tutte le ricchezze della cittade acquistate vegnano in comune, le quali si debbiano distribuire a ciascuno secondo i suoi meriti ed affanni…  Ancora ordinarono di partirsi da Troia; ma tanta tempestade di mare si levoe, che per uno mese intero non poterono navicare. E non restando la tempesta del mare, li Greci sopra ciò diligentemente addomandarono da Calcas il vescovo della cagione del detto impedimento, ed onde veniva così grave colpa tanto perseverante; e Calcas disse:che ciò interveniva loro per le furie infernali, perocchè ancora non è soddisfatto all’anima di Achille, il quale fue morto nel Tempio d’Apollo. Adunque si dee sacrificare alli Dei colei, per cui il detto Achille fue morto, la quale infino a ora è rimasa sanza vendetta. Adunque Pirro diligentemente addomandoe quello che avvenuto sia di Polissena; conciossiacosachè apparisca ch’ella non sia né morta, né presa. Costei dicono tutti comunemente, ch’ella vive; e però Agamennone ne domandoe Antenore; e negando Antenore che non sapea niente di lei, elli tanto più il sollicitoe ch’ella spiasse. Ed Antenore, veggiendosi tanto di ciò gravare ad Agamennone, ed agli altri Regi, siccome figliuolo d’iniquitade, vogliendo finalmente compiere tutte le sue tradigioni, per molti die s’affaticoe; sì che alla per fine spioe, che Polissena nascosamente si celava nel fondo d’una vecchia torre: alla quale venne Antenore, e per le braccia sforzatamente la trasse della detta torre, la quale elli tantosto rappresentoe allo re Agamennone. Ma Agamennone tantosto la mandoe a Pirro; la quale comandoe Pirro, che incontanente fosse morta nell’avello del padre suo. ... A tanto, poiché Polissena tacette, incontanente Pirro colla sua spada, dinanzi al sepolcro del suo padre, crudelmente uccise Polissena, veggendola Ecuba sua madre; e poi taglioe il corpo suo per pezzi, e gittollo e sparselo per lo predetto sepolcro, e con abbondanza di verginale sangue il bagnoe. Ma Ecuba, quando ebbe veduto dinanzi da sé uccidere la sua Polissena, per lo grande dolore della sua figliuola, spogliandosi della propria memoria, diventoe pazza; ond’ella sciolta con molto furore vaga discorse, e chiunque ella trovava, mordeva a guisa di cane, e gittando ella le pietre, ora offendea costui, ora colui, offendendo li Greci con moltitudine di pietre; ond’ella diventoe molto infesta, e grave a’ Greci; e però li Greci la fecero pigliare e mandarla nell’isola d’Aulide, ch’era vicina di Troia; ed ivi la fecero lapidare, ed ivi coperta di sassi finìo l’ultimo die. Ma Agamennone comandoe, che fosse fatto ad Ecuba uno sepolcro molto bello e disegnato, ove poi ‘l corpo suo fue seppellito; e la forma del detto avello infino al die d’oggi apparisce nel detto luogo. E lo nome, il quale fue imposto al detto luogo allora per la memoria d’Ecuba, chiamato è luogo infesto, il quale nome infino a ora regna nel detto luogo. Infesto viene a dire increscevole.”

 

FINISCE IL LIBRO TRENTESIMO, ED INCOMINCIA IL TRENTESIMO PRIMO

 

CAPITOLO UNICO

 

Dante superò velocemente le prime pagine del trentunesimo libro, lì dove Guido parlava diffusamente della contesa sorta tra Aiace ed Ulisse per il Palladio. Certo, ci sarebbe tornato sù: egli ricordava bene che del Palladio Virgilio aveva parlato nell’Eneide, dicendolo finito nelle mani di Diomede che avrebbe voluto renderlo ad Enea; e che la contesa tra i due eroi greci, Aiace appunto ed Ulisse, era generalmente collegata all’assegnazione delle armi del morto Achille. Ma ora era più urgente conoscere nei dettagli la vicenda di Antenore ed Enea!

   Il tempo era scorso veloce, e Dante aveva finito di rileggere il suo scartafaccio quando rivide comparire  lontano, in fondo al corridoio, il chierico che lo aveva accolto qualche ora  prima. Reggeva tra le mani un grosso libro, ben rilegato, e quando si avvicinò disse a Dante che era del tutto eccezionale che gli venisse permesso di consultarlo. Non ce n’erano altre copie, lì alla Sorbona, forse perché altri studiosi le avevano richieste; e l’interesse destato  dall’opera era dimostrato  dal fatto che essa era stata messa in prosa già due volte, riducendo le difficoltà ovviamente legate all’originale struttura in versi del Roman de Troie. Ma quella che Dante aveva davanti era appunto l’edizione originale, non quella in prosa. E anche se proprio dall’edizione in prosa Guido delle Colonne aveva fatto la sua traduzione in latino, era preferibile risalire il più indietro possibile per risolvere tutti i dubbi. Dante prese a leggere con ansia, naturalmente solo le parti corrispondenti al suo scartafaccio, quei libri ventinovesimo e trentesimo e trentunesimo, contenenti la storia del tradimento.

   Dante girava nervosamente le pagine del codice, alla ricerca delle espressioni  per lui più importanti. Dopo il racconto dell’agguato fallito di Anfimaco, …Tra Antenore ed Enea, Anchise e Polidamante hanno preso consiglio e deciso, piaccia o no, di restituire Elena a suo marito. Non resterà avere né ornamento, drappo di seta né oro fuso che non gli sia reso tutto, e non ci sarà più per lui danno. Non farò altra aggiunta. Ma sono andati dal re Priamo. Egli radunò la corte piena e grande, essi dicono al re che ora creda loro, prenda consiglio e poi provveda come metter fine a tante disavventure, pessime e dure, cosa ne vorrà fare, perché tutti gli dèi sono loro contrari. Tutti conoscono e vedono bene che essi non vogliono il suo bene, glielo hanno mostrato fino alla fine, e bene lo previdero Apollo e tutte le profezie e i saggi oracoli.

   Il re Priamo non sa cosa fare, lacrime gli colano giù dal viso. Egli li teme, Enea ed Antenore, e a ragione, perché ben conosce e si avvede che non avrà più aiuto da essi: sono astuti, lo sa, e vili. In una camera dipinta a fiori, ha un colloquio con il figlio minore e gli dice, il re Priamo, che ha paura e dubbio grande di questi vassalli, che non lo tradiscano, ché tanto lo spingono a far la pace.. Egli non dubita che essi pensino al tradimento : «Io so che se non sono prevenuti da noi essi ci tradiranno: è bene secondo me fargli tagliare la testa. Ebbene, se è difficile farlo, pure di due mali si deve scegliere qual è il migliore e quale il peggiore: è un gran male che li si uccida, ma sarebbe spiacevole  se fosse tradita questa città e noi da loro».

        Enea, Antenore e Polidamante e Anchise e il conte Dolone e il saggio Eucalegone frettolosamente tennero consiglio, ché erano in timore e in tensione, su come vendicarsi e come difendersi. Ma  perché farla lunga? Così come racconta la storia, hanno deciso e giurato che tradiranno la città a condizione che le loro proprietà e i loro averi e le loro case e i loro amici e i loro parenti avessero pace e tranquillità. Questo sarà trattato con i Greci; questo giurarono secondo le loro leggi. Poi hanno esaminato come sarà avviata quella trattativa.

   

      Antenore consigliava insieme prudenza e decisione, ma si dichiarava certo del buon esito dell’impresa:  “e quando avremo agio di andare e venire dal nemico, potremo preparare, agire, parlare e far sì che vada a termine quest’opera, che abbiamo discussa qui”. Così si congedarono, ma si premunirono bene tra loro da brutte sorprese, perché temevano molto di essere traditi..

 

   E, poco più avanti :

   “Un dolore angoscioso sconvolge Priamo: ha gran paura d’essere tradito. Antenore intanto è subito pronto: sale sulle mura e sulla torre di vedetta; in mano tiene un ramoscello d’olivo, fa segnale ai Greci di pace e sicurezza. E quelli gli fanno segno che esca in tutta tranquillità. Questo discorso fu gradito, né ci fu più ritardo o indugio. I Greci scelsero Agamennone, il re di Creta e Ulisse, e Diomede. Così come racconta Ditti, a questi quattro andò l’incarico della trattativa. In una tenda ricca e bella dall’aquila d’oro e dal pomello e picchetto d’avorio prezioso essi entrarono per trattare. Lunghi discorsi fecero, che saranno riproposti altrove. Trattarono il tradimento così come ve lo diremo: che Enea abbia tranquillamente la sua rendita e ciò che gli appartiene e i suoi averi senza perdere nulla. E gli assicurano anche che del bottino comune, quando sarà ripartito e diviso, avrà tale parte e tale dono che per tutto il resto della sua vita sarà padrone, ricco, colmo e soddisfatto. A Antenore offrono e dicono e giurano e promettono che i suoi averi saranno salvaguardati e che  lasceranno liberi quelli che vorrà e li terranno incolumi e non li faranno schiavi. Metà del regno di re Priamo, grande com’è, lo donano a Polidamante, suo figlio. Questo concordarono. Inoltre rinsaldano il loro accordo con la promessa di celarlo e di tacere; così come ci dice dopo la nostra fonte, decidono che sia presa una tregua e un accordo tra assedianti e assediati per seppellire i propri morti.”

 

   Davanti agli occhi di Dante passavano veloci le pagine successive: Antenore persuadeva i Troiani a consegnare i loro beni e tesori per concludere la pace, si impadroniva del Palladio, il prezioso talismano della salvezza di Troia, e lo consegnava ad Ulisse, Calcante vaticinava che si dovesse costruire ad espiazione il fatale cavallo e Greci e Troiani giuravano la pace. Dante si rese conto che il racconto di Benoit era più sintetico di quello di Guido sugli eventi finali. Rimase colpito, comunque, quando lesse, a proposito del cavallo:

   “Priamo il re a questo punto tace e non risponde nè parola nè suono. Ma Enea e Antenore lo convincono che li lasciassero fare; gli fu concesso senza opposizione. Così si lasciarono quel giorno. Molto gioirono i traditori, e con loro il popolo, ansioso che finalmente, grazie alle loro parole e ai loro fatti, la città di Troia sia in pace”. 

   I Greci, bruciate le loro tende, finalmente partivano, e, lasciato cadere ogni timore, anche Priamo purtroppo non stava più in guardia. Durante la notte, la svolta fatale, il ritorno dei Greci, l’assalto alla città, la strage impietosa e cruenta:

   “La strage durò tutta la notte così, finché schiarò il giorno. Alle case fortificate dei traditori i Greci inviarono buoni guardiani, perché non siano incendiate né abbattute né saccheggiate”.

 Poi, l’assalto alla rocca:

   Quando prese a schiarire giorno, i Greci assaltarono Ilio. Non vi trovarono difesa. Antenore, l’infame Giuda, e Anchise e Enea ce li hanno condotti e guidati. Sono molto crudeli e perfidi. Come poté tollerarlo il loro cuore? Possa ciò tornare a loro dolore! Tanto danno, tanto dolore sono avvenuti per colpa dei traditori!”

 

   E poco dopo l’uccisione di Priamo, il drammatico incontro tra Ecuba con Polissena ed Enea:

 

   La regina vede Enea : « Crudele Satana, ella fa, vile e svergognato e rinnegato, peggiore di tutti i traditori, come osaste solo pensare e come potete tollerare che quest’uomo sotto i vostri occhi ha fatto a pezzi il re Priamo? Non sembra mica, a guardarvi, che questo vi turbi né vi dispiaccia.  Per colpa vostra è ora distrutta Troia, morti noi e l’alta stirpe che era nata da Dardano; ahi! infame! Quale crimine avete fatto! Possa venire a vostra onta”. Cade tramortita sul pavimento. Quando poté riprender fiato, gli disse con grandissima pena: ” Infame, traditore rinnegato, giacché di me non vi prende pietà né di Troia che così crolla, custodite almeno questa meschina, che non sia toccata dal nemico. Mai di me avreste guadagno! Se non volessero uccidermi, ho due mani per uccidermi!». e ricade svenuta. Enea prende tra le sue braccia Polissena dandola per morta. Velocemente la porta via con sé, ché ella non sa parola né lo sente, né di lei c’è respiro.

   Benchè fosse tardi, ormai, e si distinguessero appena le parole del codice, Dante volle leggere la descrizione conclusiva della vicenda di Polissena.

   La partenza dei Greci vincitori era impedita dal mare tempestoso, e Calcante, una volta tanto, non ne aveva attribuito la colpa ad Agamennone. Bisognava ritrovare Polissena, promessa in sposa ad Achille, e sacrificarla sulla sua tomba per poter prendere il mare. Ma di Polissena sembravano essersi perse le tracce, nessuno l’aveva vista né viva né morta, e l’impazienza di Neottolemo, desideroso di  placare l’ombra del  padre che per amore di lei era stato ucciso a tradimento, era condivisa da tutto l’esercito, ansioso di tornare in patria dopo tanti anni.

          “Ne fu biasimato Antenore e molto aspramente  accusato.  Agamennone glielo rinfacciò in modo né buono né bello. Quello ne fece parola ad Enea, e gli disse che non gli garbava se sapeva che ella era nascosta, perché questa salvezza sarebbe costata molto cara. Lo prega molto di dirgli la verità, perché ha fatto una pazzia troppo grande ad irritare i Greci contro di loro. Enea non volle mai rivelare nè dire di saperne niente, ma Antenore, il vecchio, il cane, la cercò tanto notte e giorno che la trova custodita e nascosta nelle camere di una vecchia torre. Trascinandola per le braccia la tirò fuori. La rende al re Agamennone, che ne fa dono e regalo al figlio di Achille, l’infame Neottolemo.”

 

   L’infame proposta di Ulisse di sacrificare Polissena venne subito accettata da tutti, e a nulla servirono le nobili parole della fanciulla. “Ma almeno, disse tra sé con un sospiro di sollievo Dante, in questa occasione è Antenore, non Enea a fare la figura peggiore”.

   Non c’erano più dubbi, ormai. Già il Roman conteneva il racconto dettagliato del tradimento di Enea ed Antenore! E Guido non aveva fatto altro che ritradurre in latino quello che aveva trovato nel testo francese. E anche l’altro dubbio, quello relativo a Ditti e Darete, si era di fatto dissolto. Essi erano citati spessissimo da Benoit de Sainte Maure. La storia del tradimento, come egli aveva sospettato, risaliva certamente almeno a loro.  

   Chissà quando erano vissuti quei due autori! Dante, che pure aveva una memoria attenta e chiara, non riusciva a ricollegarli che a quelle parole di tanti anni prima, di Ser Brunetto, e all’accenno ad Isidoro. “Sono almeno sette secoli !”, disse un po’ trasognato, tra sé.

   Pensò che quasi certamente, quando fosse ritornato a Verona e avesse controllato il codice di Guido, vi avrebbe ritrovato qualche ulteriore riferimento, anche se il prologo e l’epilogo erano fin troppo chiari. Ormai era anche superfluo chiedere del testo di Isidoro: gli erano tornate in mente le parole precise di ser Brunetto, che il dotto vescovo di Siviglia giudicava  Darete il più antico degli storici greci, anteriore anche ad Erodoto. Per Dante, certo, erano poco più che nomi del tutto oscuri, ma di Erodoto ricordava bene di averlo visto frequentemente citato da tanti autori latini.

   Questi però, a pensarci bene, erano dettagli. Il vero problema era rimasto quello iniziale: perché Virgilio non aveva detto nulla nel poema di questa storia di Enea traditore? E, soprattutto, che conse-guenze questa inaspettata scoperta doveva avere sulla Commedia? Dante pensò che per fortuna non aveva seguito la sua prima ispirazione di cantare di Enea e Didone tra i lussuriosi. Ne era stato tentato, ma poi aveva lasciato cadere questa ipotesi: come conciliarla con le parole sull’eroe che aveva detto a Virgilio, nel secondo canto?

“Tu dici che di Silvio il parente,

corruttibile ancora, ad immortale

secolo andò, e fu sensibilmente.

 

Però, se l’avversario d’ogni male

cortese ‘i fu, pensando l’alto effetto

ch’uscir dovea di lui e’l chi e ‘l quale,

 

non pare indegno ad omo d’intelletto;

ch’e’ fu dell’alma Roma e di suo impero

ne l’empireo ciel per padre eletto:

 

la quale e ‘l quale, a voler dir lo vero,

fu stabilita per lo loco santo

u’ siede il successor del maggior Piero.

 

Per quest’andata onde li dài tu vanto

Intese cose che furon cagione

Di sua vittoria e del papale ammanto”.

   E così aveva dato spazio, nel canto quinto, alla storia tragica ed avvincente di Paolo e Francesca, anch’essa notissima e naturalmente più recente di quella mitica di Didone e d Enea. Ne era venuto fuori un canto bellissimo, del quale Dante si sentiva giustamente orgoglioso. Così,  Didone era rimasta tra i lussuriosi, e quanto ad Enea, per un oscuro presentimento, egli non aveva ancora deciso dove inserirlo. Fino ad allora, se gli avessero chiesto di Enea traditore, Dante avrebbe pensato solo a quel tradimento d’amore, ma avrebbe saputo rispondere ad ogni obiezione in proposito: la vera e sola lussuriosa, colei che s’ancise amorosa / e ruppe fede al cener di Sicheo, era Didone, e bene aveva fatto Enea ad abbandonarla al suo destino. Ma ora questa accusa di tradimento contro la patria era molto più insidiosa, ed era difficile giustificarla.

   Poi, d’improvviso, Dante capì. Come aveva potuto non pensarci prima?

   Quelli che egli aveva davanti a sé, dopo quella tormentosa ricerca, erano solo gli ultimi anelli di una lunga catena: Guido, Benoit, Darete e Ditti, con il ricordo, nitido ormai, delle parole di ser Brunetto. Ma quella catena doveva certamente prolungarsi nel passato, e se era vero quello che aveva scritto Isidoro, lo stesso Virgilio non poteva ignorare la storia del tradimento! 

   Dante richiuse il codice e rimase assorto per un po’. Poi, lo riconsegnò al guardiano ed uscì, senza capire subito che ora fosse. Il sole era ormai quasi al tramonto, e un solco rossastro di tanto in tanto sembrava ferire la Senna. Dante si sentiva stranamente rasserenato, e ora cominciava ad essergli  chiaro anche perché Virgilio avesse taciuto.

   Glielo avevano forse chiesto Augusto e Mecenate. Certo, non glielo avevano imposto; e forse non c’era stato nemmeno bisogno di chiederglielo, era ovvio che una leggenda così infamante non dovesse trovare alcuno spazio nell’Eneide, che doveva essere il poema di Roma e del suo fondatore, dell’impero e della gens che avrebbero reso possibile la diffusione della religione vera cancellando quella pagana. Anche la quarta ecloga pareva prendere una luce diversa, più coerente, nella mente di Dante. Sotto il provvidenziale impero di Augusto era nato Gesù, e la profezia del divino puer che avrebbe riportato l’età dell’oro conferiva a Virgilio un alone quasi di santo cristiano ante litteram più che quello di un oracolo pagano.

   Quindi, Virgilio aveva in modo del tutto comprensibile taciuto su Enea traditore. D’altra parte, proprio perché era il poeta sommo, la sua versione su Enea pio aveva facilmente surclassato l’altra, e le labili tracce che ne erano sopravvissute Dante le aveva riscoperte solo con tanta fatica.

 

   Quando arrivò alla locanda, era ormai sera e Dante non aveva ancora mangiato nulla. Accettò quel-lo che l’oste gli offrì e lo mangiò con appetito. Poi tornò nella sua stanza e si addormentò profondamente, di botto.

   Nei giorni successivi, egli deliberatamente si rifiutò di pensare alla Commedia, e dedicò il suo tempo alle lezioni da fare e da ascoltare e alla visita della città, nel tempo residuo che comunque era poco. Aveva deciso di riproporsi il problema quando fosse rientrato in Italia, certo dopo aver dato un’altra scorsa al prologo di Guido e magari aver fatto qualche altra ricerca. Ma in qualche modo una decisione sentiva di averla già presa. E, tornato a Verona, scomparsa del tutto la tensione dei giorni passati, con determinazione le diede corso.

   Quanti, anche tra i suoi critici più feroci, se ne sarebbero accorti? In fondo, il suo poema non raccontava mica la vicenda di Enea: questo lo aveva già fatto Virgilio, e nel modo migliore. L’intento suo era descrivere una sorta di viaggio nell’aldilà, il cui protagonista doveva essere lui stesso, per raggiungere, dopo la colpa e il pentimento, la felicità dell’anima in Dio. Nel poema c’erano tantissimi personaggi, moltissimi altri egli ne avrebbe dovuto introdurre e descrivere, ed Enea era al più uno di essi. Tutti i lettori e tutti quelli che si sarebbero limitati a recitare i suoi canti conoscevano naturalmente Enea secondo il racconto di Virgilio: quanti, a volerli materialmente contare, sapevano ed avrebbero mai saputo di un impius Aeneas traditore della sua patria, così inaspettatamente diverso? certo pochissimi. Dante ripensava allo stesso Cangrande e al suo prezioso codice di Guido delle Colonne: se lo avesse letto tutto, si sarebbe accorto della storia di Antenore ed Enea e gliela avrebbe sicuramente fatta notare. Ma né lui né altri, che avessero avuto tra le mani l’opera, avevano mai mostrato di sapere nulla di quella storia.

   E che dire degli antichi compagni di studio di Firenze, alle lezioni di ser Brunetto? Dante non sapeva dire di loro nemmeno se ci fossero ancora, e poi ricordava bene quanto generalmente fossero meno di lui attenti e diligenti. Per quanti di loro i nomi di Guido delle Colonne, Darete, Ditti potevano significare qualcosa? Certo, molti ricordavano Guido da Messina, ma probabilmente solo per le liriche, non per l’Historia destructionis Troiae. A dire il vero, neppure ser Brunetto, che tanto bene aveva parlato di Ditti e Darete e di Guido delle Colonne, aveva mai fatto cenno alla storia del tradimento di Enea, ma si era limitato nelle sue lezioni a parlare di Antenore, salvo scrivere quelle parole ben diverse nel Trésor. Magari si era fermato anche lui a un certo punto del monumentale Roman de Troie, senza leggere i libri conclusivi, e anche quando aveva parlato ai suoi allievi della traduzione di Guido lo aveva fatto in modo un po’ superficiale…o magari la storia del tradimento di Enea gli era parsa francamente inverosimile e incredibile, e aveva ritenuto inopportuno riproporla! L’unico che marginalmente ne avesse accennato era Buoncompagno, nella sua Epistola, ma anche in questo caso Ser Brunetto, che così spesso si era occupato delle sue opere retoriche, non ne aveva mai fatto menzione.

   Ma soprattutto, se pure qualcuno avesse letto sino in fondo il Roman e la traduzione di Guido, ben difficilmente gli sarebbe saltato per la testa un qualsiasi collegamento con Dante e la Commedia!

   Certo, però, conveniva ancora una volta nascondere quelle labili tracce, per rendere più difficile ad altri quel percorso che Dante aveva faticosamente ricostruito. “Proprio come ha fatto Virgilio!”, egli pensò. “Devo anch’io far finta che questa storia non esista e non sia mai esistita. Per Virgilio deve essere stato molto più difficile, per me si tratterà solo di ridurre allo stretto indispensabile la presenza di Enea”.

   Magari senza volerlo, egli si era di fatto già mosso nella direzione giusta. Nel canto di Paolo e Francesca, aveva inserito tra i lussuriosi  la sola Didone; e con qualche lieve modifica, del tutto marginale, il glorioso fondatore di Roma poteva magari essere inserito tra gli spiriti magni, accanto ad Ettore, ma solo citandone il nome, quasi di sfuggita. A qualsiasi obiezione sarebbe stato facile rispondere che dopo gli immortali versi di Virgilio sarebbe stata fuori luogo una lunga trattazione di un personaggio come Enea nel poema cristiano, che comunque aveva ad insuperabile e dichiarato modello proprio l’Eneide. E poi, anche se in maniera indiretta, nel canto secondo che già tutti cono-scevano c’era il riferimento al parente di Silvio e al suo viaggio oltre l’Averno.

   Restava però il problema di Antenore e dell’Antenora e del luogo cui destinare i traditori della patria. Dante ormai aveva quasi completato l’Inferno, ed era alle prese con il canto di Ugolino che gli pareva la migliore chiusa di quella tormentata prima cantica. Quando ci aveva pensato la prima volta, proprio ricordando quelle chiacchierate con ser Brunetto aveva pensato che sarebbe stato opportuno chiamare così quella zona ghiacciata del Cocito nella quale immergere quegli odiosi peccatori. Ricordava bene che, in quegli anni di studio e insieme di forte passione politica, il nome di Antenore era stato fatto proprio a motivo della leggenda del tradimento. E il nome e la colpa di Antenore gli erano rimasti impressi nettamente nella memoria; e al nome e alla colpa di Antenore, comunque poco noti al grosso pubblico dei lettori, aveva pensato di dedicare uno spazio più ampio nel canto. Non sarebbe stata la migliore risposta a tutti quelli che continuavano a denigrarlo, quelli della fazione dei Neri, che lo avevano persino condannato a morte in contumacia con quell’accusa infamante? Egli aveva già risposto con i fatti, rifiutando ogni compromesso e difendendo generosamente il suo onore. In quel canto sapeva bene chi metterci, e a quella pena sapeva bene chi condannare. Ma ora bisognava decidere di un nome, e appunto dello spazio da dedicare a quella vicenda della storia remota di Troia, e sulla base di criteri diversi da quello della sua passione politica, più strettamente letterari.

   Anche in questo caso, tuttavia, l’alternativa era più illusoria che reale. Parlare diffusamente di Antenore poteva comportare il rischio di un coinvolgimento di Enea, e tutta la storia inevitabilmente sarebbe venuta fuori. Ma Dante capiva perfettamente che questo avrebbe comportato una sorta di caduta verticale della credibilità di Virgilio e quindi della sua immagine di guida perfetta verso la verità, così come egli l’aveva ideata e costruita nel poema. Meglio lasciare tutto come stava, con una citazione scarna alla quale sarebbe stato facile dare una spiegazione evasiva per pochissimi, sufficiente certamente per la stragrande maggioranza. I  lettori, come per gli altri passi relativi ad Enea, ben difficilmente avrebbero chiesto risposte approfondite.

   “D’altra parte, pensò il poeta, anche l’episodio di Ugolino mi pare tra i meglio riusciti, e capace di destare la partecipazione profonda dei lettori. Questo li dovrebbe magari distrarre da quel nome, Antenòra, che già di per sé suona un po’ strano, e peraltro io l’ho inserito nel canto precedente, che certo è meno suggestivo e significativo.

   Non cambio niente”. Avvolse quel rotolo, e lo portò a leggere a Cangrande.  

 

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