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Le Altre Iliadi

Oltre al racconto insuperabile di Omero, altri testi di straordinario interesse hanno descritto la vicenda di Troia 

 

A cura di Francesco Chiappinelli

Guido delle Colonne

Historia destructionis Troie

(nel testo originale del 1287, nella versione napoletana del 1350 ca. e nella versione dell’Accademia della Crusca a cura di Michele Dello Russo del 1863)

L’ Impius Aeneas in napoletano

Ai nostri lettori, almeno quelli più affezionati, è ormai ben nota la storia dell’Impius Aeneas e delle numerosissime testimonianze che riferiscono del tradimento di Enea e Antenore che causò il crollo di Troia. Rinviamo quindi in primo luogo alle pagine di presentazione dell’omonimo volumetto, in cui sono analiticamente discussi i testi classici e medievali che ne parlano, limitandoci qui a raccontare della versione latina che Guido delle Colonne, probabilmente proprio il poeta della scuola siciliana vissuto alla corte di Federico II, fece di una redazione in prosa del Roman de Troie, l’opera in ottonari di Benoît de Sainte Maure che intorno al 1160 esaltò la nascente letteratura in lingua d’oïl. Federico II era morto da un pezzo quando, nel 1287, Guido portò a termine la sua traduzione: ma essa venne accolta con grande interesse in tutta Europa e se ne fecero volgarizzamenti in tutte le lingue del tempo.

Napoli era allora sotto gli Angiò, e si dotò anch’essa di una traduzione nel suo volgare dell’opera di Guido. Accanto alla Cronaca di Partenope, il Libro de la destructione de Troya, anonimo, è tra i primi documenti della nostra lingua e risale ai primi decenni del Trecento. Ci è pervenuto col tramite di due manoscritti, uno conservato ad Oxford e indicato con la sigla O, l’altro (P) a Parigi, a testimoniare quanto gli Angioini tenessero a diffondere in patria la conoscenza appunto della lingua napoletana. L’unica edizione che ne abbiamo è dovuta al professore Nicola De Blasi, che l’ha pubblicata per Bonacci nel 1986 integrando quella del 1984 con un utilissimo glossario: e gli sono grato per avermi autorizzato a riprodurre per i nostri lettori i passi relativi al tradimento.

Consiglio di leggere per prima la versione italiana che per l’Accademia della Crusca ne ha fatto Michele Dello Russo nel 1863 e solo dopo, con il racconto ben chiaro in mente, il testo originale in latino medievale e quello napoletano. Oltre che per l’argomento, a me sono parsii interessantissimi sul piano linguistico, e mi limiterò ad indicare in parentesi il significato dei pochi termini di non immediata comprensione. Buon divertimento!

 

1. Dello Russo

Libro 29

Onde manifestamente si presume che 'l consiglio de' predetti (Antenore ed Enea, ndr)procedeva solamente da tradimento; acciocchè sotto la copertura del trattato della pace, prendano agio li detti traditori, e se in altro modo non si possono salvare, denno la cittade.

 

E tantosto Antenore ed Enea con alquanti loro seguaci giurarono la tradigione della cittade, ponendosi in cuore di non andare più alli consigli del Re Priamo, se non con moltitudine d'armati. Veramente Enea era allora molto potente nella cittade di Troia per parentado e per amistade, e nullo de'cittadini era più ricco di lui; sì ch' egli si poteva pareggiare alla potenzia del Re. Simigliantemente Antenore era ornato di grande parentado; li quali amendue trattavano di dare la cittade a' Greci, salve le loro persone, e le loro cose e de'loro parenti.

 

E così celebrando il consiglio, fue fatto Antenore ambasciadore per andare al postutto a trattare pace colli Greci.

 

E poich'egli fue sceso e condotto dinanzi ad Agamennone, esso Agamennone con li altri Greci ordinarono dalla loro parte, che della detta pace fosse trattatore lo Re Taltibio,Ulisse e Diomede; e tutti li Greci promettessero d'avere fermo in perpetuo tutto ciò che per li detti tre fosse fatto col quarto Antenore. E poichè queste cose furono fermate con saramento corporale, ed essi tre furono in segreto col detto quarto Antenore pieno di falsitade, ei promise di tradire loro la cittade in tale guisa, ch' elli ne faranno a loro volontade, sicurando imprima lui ed Enea fermamente delle loro persone, e tutti loro parenti, li quali elli vorranno eleggere, e tutte le sue possessioni e beni; e similemente quelli d'Enea in tale maniera, che liberi e sanza offensione si rimangano loro: e tutto questo giurarono li predetti tre d'attenere fermamente ad Antenore.

 

Allora Antenore vogliendo celare le sue maliziose composizioni del tradimento, fece con grande aringheria lungo sermone, affermando per sue parole la grande potenzia de'Greci, e della loro grande e ferma lealtade, inducendo maliziosamente sopra le dette cose per argomento e per vera pruova la ferma costanzia, che li Greci avevano avuta per addietro nelle loro triegue con li Troiani, delle quali alcuna non era stata viziata.

 

Ma perciò ch'elli non hae ancora finalmente potuto conoscere da'Greci la loro volontade, addomandoe e laudoe che Enea andasse con lui insieme alli Greci;  sì ch'elli amendue sentano l'ultima e finale volontade de' detti Greci, ed acciochè essi Greci ricevano maggiore fermezza, che s'osservino le promissioni fatte per lui Antenore.  E così tutti comunemente approvarono il detto d'Antenore. Onde Enea ed Antenore col detto Re Taltibio pervennero a' Greci.

 

Ma lo Re Priamo, quando il parlamento fue finito, secretamente s'entroe nella sua camera; ove per troppo dolore, sparse molte ansie lagrime, immaginando nel cuore suo li traditevoli  inganni d'Antenore e d'Enea; e ch' elli avea perduti tutti li suoi figliuoli, li quali erano chiari di tanta prodezza, e ch'elli avea sostenuti tanti danni; “ed ora, ch'è peggio, mi conviene  ricomperare dalle mani di coloro, che m'hanno afflitto con tante consumazioni, e che per modo di ricomperazione mi spogliano di tatto l'oro ch'io per molti tempi hoe ragunato, acciocchè alla perfine io spogliato di tutti i miei beni sia attuffato nel profondo della povertade; e volesse Iddio, ch'io potessi pure essere sicuro della mia vita”. E così lo Re Priamo non sae che si fare; conciò sia cosa ch' elli sia per forza costretto di seguire le coloro volontadi, li quali con tutte le loro forze al postutto si travagliano di perdere e di consumare l'anima sua.

 

Antenore ed Enea andarono nel campo de' Greci, ov'elli trattarono più fermamente di tradire la cittade con quelli tre che i Greci avevano eletti .

 

La mattina seguente tutti li Troiani vennero al palagio del Re, comandando il Re che tutti li Troiani vi venissero per fare parlamento; ed ivi si levoe Ulisse e disse: Che li Greci due cose addomandavano, il disfacimento de' danni in grande quantitade d'oro e d'argento, e che Anfimaco in perpetuo sia confinato sanza speranza di tornare mai a Troia; la quale cosa frodolentemente procaccioe Antenore, perch'elli avea contradetto alle sue parole, quand'elli imprima con Enea disse, che pace si dovesse addomandare a' Greci.

 

E poichè fue finito il parlamento, tutti votarono il palagio, salvo che Antenore colli detti ambasciadori; li quali si trassero da una parte, ove secretamente potessero parlare di secreti loro tradimenti. Ulisse allora disse ad Antenore: “Perchè indugi tu li nostri desiderii con tante spettazioni, che la cosa che tu ci hai promessa non viene a compimento? Ed Antenore rispuose: Li Dii ne sanno la mia volontade; imperciocchè a nulla altra cosa vegghio, se non di compiere insieme con Enea le promissioni a voi fatte per noi; ma nello impedimento de' nostri desiderii è alcuna mirabile immagine strutta dalli nostri Dei, la quale io ora, se vi piace, vi specificherò per parole”. Al quale disse Diomede: “E piaceci, ed ecci a grado”. Alli quali così disse Antenore: “Certa cosa è ed indubitabile in questa cittade, che il Re Ilio, il quale imprima fondoe Ilion nella cittade di Troia, così chiamata per lo suo nome, ordinoe in onore di Pallas uno grande magistrale Tempio; il quale essendo tutto compiuto, salvo che 'l tetto, scese da Cielo uno maraviglioso segno, ed una cosa molto virtudiosa, e per divina operazione se medesima aggiunse nel muro, allato al grande altare. Ove d'allora in qua continuamente è stata, e mai non si lasciò mutare dal detto luogo, ov'ella è, se non solamente a' suoi guardiani; ed ora solamente al suo guardiano, il sacerdote, il quale la guarda con grande diligenza; e siccome io investigai da' suoi guardiani, la sua materia per maggior parte è di legno. Ma di quale generazione di legno si sia, da nullo si puote sapere; nè com' ella poteo essere fatta in quella forma, che ell' è. La Dea Pallas, per lo cui beneficio si dice, che 'l detto segno ed immagine fue conceduta alli Troiani, disse che virtude è quella che persevera nel detto segno; la quale è cotale, che infinochè 'l detto segno serae nel detto Tempio, ovvero dentro dalle mura della cittade di Troia, giammai li Troiani non perderanno la cittade, nè li regi Troiani, nè le loro erede. Questa è fermamente la certissima speranza de' Troiani, per la quale elli vivono sicuramente in Troia, non temendo la sua struzione nè la sua rovina. Il nome di questo segno, però che si crede che Pallas il desse, comunemente è appellato Palladio”. Allora disse Diomede ad Antenore: ”Amico, s'egli è così come tu di' del Palladio, vano è il nostro affanno, se la cittade non si puote avere nè pigliare per lo Palladio”. Ma Antenore rispuose: “Se voi vi maravigliate della nostra dimora, perchè le nostre promissioni non sono mandate ad esecuzione, questa è sola la cagione, perch' elle sono indugiate infino a ora. Ma conciossiacosachè io infino a oggi abbia trattato col sacerdote, guardiano del Palladio, ch'elli il ci dea furtivamente, del quale io già hoe certa fede, per una grandissima quantitade d'oro a lui da me promessa: sanza fallo siamo certi, che sì tosto come il Palladio sarae fuori delle mura della cittade, io il vi manderoe, e allora certamente s'adempierae il vostro desiderio”. E così si rimase lo loro consiglio.

 

Libro 30

Ed intanto, mentre che li Troiani sollicltamente riscuotevano le predette quantitadi, Antenore di notte tempo se ne andoe a Toante sacerdote, guardiano del Palladio, e portoe seco grande quantitade d'oro di grande peso, la quale elli offerse al sacerdote Toante. Ed essendo amendue loro in secreto li disse Antenore: “Ecco sì grande quantitade d'oro che, mentre che tu viverai e le tue erede, sempre potrai abbondare in ricchezze. Adunque ricevila, e dammi il Palladio che tu guardi, sì ch' elli mi sia licito di portarlone. Da nulla persona si potrae sapere quello che da noi due soli si commetterae; e fermamente, siccome tu intendi di schifare la infamia de'Troiani, e così io. Certo io vorrei innanzi morire, che i Troiani mi potessero apporre ch'io fossi partecipe o facitore di questo fatto. E veramente io m'hoe posto in cuore, che sì tosto come tu il m'avrai dato, di mandarlo ad Ulisse molto secretamente. La quale cosa quando poi si saprae, il detto Ulisse ne sarae incolpato, e dicerassi che Ulisse abbia furato dal Tempio il Palladio; e noi due saremo al postutto scusati da ogni peccato di nocenzia”. Ma il detto sacerdote Toante quasi per la maggiore parte della notte contradisse alle parole d'Antenore; ma alla perfine innanzichè la notte perdesse le sue tenebre, Toante allacciato per cupidigia dell'oro, spontaneamente concedette che 'l Palladio fosse tolto, e portato fuori del Tempio a volontade d'Antenore; il quale tantosto ne portoe Antenore dal Tempio, e tantosto nella detta notte il mandoe per uno suo messo a' Greci, il quale incontanente fue assegnato a Ulisse. E poi quando la fama si sparse, palesemente si disse che Ulisse per sua sagacitade l'avea tolto a' Troiani.

 

Nella mattina seguente, siccome infintamente era composto di giurare la pace nel mezzo de' campi fuori delle mura della cittade, ov'erano ordinati li santuarii dai Greci, lo Re Priamo uscìo fuori della cittade con grande compagnia di sua gente; ed ivi così elli, come li Greci, giurarono di fermamente osservare la pace secondo la forma del sacramento; e dinanzi a tutti li altri giuroe la detta pace Diomede, secondamente che Antenore dispuose intra loro. E quando li Greci ruppero poi la pace, dissero che non erano pergiuri; imperciò ch'elli trattarono con Antenore non vera pace, ma pace infinta e tradigione; e così fue. Avvegnadiochè 'l proverbio dica: chi artificiosamente giura, artificiosamente si spergiura. E così giuroe Diomede, e così tutti gli altri maggiori de' Greci giurarono, e così lo Re Priamo con tutti li suoi Troiani ingannato e non consapevole giuroe la detta pace, non maliziosamente, ma liberamente.

 

E quando il Re Priamo uditte il tanto orribile romore, incontanente cognobbe ch'elli era tradito da Antenore e da Enea, e con grandissima abbondanza di lagrime, pieno d'angosciosi sospiri si levoe del letto.

 

Quando la mattina fue schiarata, li Greci sotto il conducimento d'Antenore e d' Enea, traditori della loro patria, assalirono il grande Ilion, non trovando alcuna difensione da' Troiani; ond' elli mandano al ninferno chiunque elli truovano. Ma Pirro, poich'elli fue intrato nel detto Tempio d'Apollo, ove lo Re Priamo aspettava la propria morte, tantosto l'assalìo colla spada ignuda; e nella presenzia del malvagio Antenore ed Enea, guidatore del detto Pirro, uccise crudelmente dinanzi al detto altare il detto Re Priamo; sicchè per la grande sparsione del sangue suo, la maggior parte dell'altare fue bagnata.

 

Ma Ecuba e la sua figliuola Polissena si diedero alla fugga, e dov' elle fuggano al postutto elle nol sanno. E fuggendo elleno, le scontroe Enea, al quale Ecuba così disse con molto ardente furore: “Ah malvagio traditore, onde poteo uscire da te tanta durezza di crudeltade, che tu guidassi al Re Priamo li suoi ucciditori, il quale tu dovevi difendere con la tua difensione? Or non ti raccordi tu delle grandissime cose che tu ricevesti da lui, e di quanto onore tu fosti magnificato appo lui? Tu hai tradita la tua patria e la cittade, ove tu nascesti, nella quale tu se' stato tanto tempo glorioso, per vedere la sua ruina; e non ti spaventi di vedere li suoi incendii? Ora dunque abbia il tuo empio animo almeno degnamente misericordia di questa misera Polissena, perdonile adunque il tuo malvagio occhio, ed intra tanti mali che tu hai fatti, fa che almeno si possa dire, che tu abbi fatto questo picciolo bene, che tu al postutto, se puoi, procuri di camparla, innanzi ch' ella caggia tra le mani de' Greci, li quali l'uccidano o villanamente la disonestino”.  Allora mosso Enea per le parole d'Ecuba, ricevette Polissena, e celatamente la menoe seco, e nascosela in luogo secreto.

 

Ma li Greci perseverando nella loro crudelitade, dai fondamenti rovesciarono tutto Ilion; e mettendo nella cittade di Troia spessi incendi, in tutto fermarono d'affocarla. Onde la cittade Nettunia, Troia, tutta fummava; onde sì rovinarono li grandi palagi, e poi ch' erano arsi in subite faville divenivano vani; salvo che le magioni de'traditori, le quali per certo segnale dato, furono conservate dal fuoco. Adunque essendo quasi da' fondamenti rovesciata la cittade, ordinoe Agamennone che tutti li maggiori dell' oste si ragunassero nel grande Tempio di Minerva; e poi ch' egli vi furo Agamennone incontanente sollicitamente di due cose li richiese. L’ una si fue, che elli osservassero la fede a coloro, per lo cui aiuto elli erano fatti vincitori e signori della cittade, cioè era ad Antenore ed a Enea… Ma questa fue la risposta de' Greci, che la fede si dovesse osservare ad Antenore ed ad Enea principi del tradimento, per li quali li Greci sono fatti Signori della cittade.

 

2. Guido delle Colonne

Libro 29

… manifeste conicitur consilium predictorum ex solo dolo pro­cedere, ut sub ipsius pacis tractatus uelamine habilitatem captent et habeant proditores prodendi ciuitatem eorum, si se alio more saluare non possunt…

 

Statim Heneas et Anthenor prodicionem ciuitatis insimul cum quibusdam eorum complicibus iurauerunt, proponentes, ad con­silium regis Priami si eos euocari contingat, non ire nisi cum magna multitudine armatorum. Erat enim tunc Heneas ualde potens in ciuitate Troye in consanguineis et amicis et nullus de ciuibus dicior erat eo, adeo quod regis potencie poterat coequari; similiter et Anthenor. Qui in multa consanguineorum parentela confisi inter se firmauerunt de Troya prodenda, habita a Grecis securitate sincera quod ipsi de personis eorum et rebus necnon et consanguine­orum suorum penitus salui fiant.

 

Communicato igitur consilio, Anthenor eligitur in legatum ut uadat ad Grecos pacem cum eis omnimode tractaturus.

 

Et eo a Grecis recepto et  Agamenoni presentato, rex Agamenon cum Grecis regi Crete, Dyo­medi, et Vlixi totum ipsum negocium commiserunt. Et quicquid dicti tres cum quarto, eis Anthenore adiuncto, de predicto sint fac­turi negocio omnes Greci ratum habere perpetuo promiserunt. Et eis ordinatis pro parte omnium Grecorum ipsorum, ad seruandum omnia supradicta corporali sacramento firmarunt. Quare predictis tribus cum Anthenore prefato segregatis in partem, Anthenor dolosi­tate repletus promisit eis prodere ciuitatem sic quod de ea libere faciant velle eorum, dummodo  ipsum et Heneam firmiter assecu­rent de personis  eorum et consanguineorum omnium eorundem, quos ipsi duxerint eligendos, et quod sibi et Henee omnes pos­sessiones suas et cetera bona sua salua faciant, sic quod libera eis et sine dampnorum lesione dimittant. Et hoc predicti tres firmi­ter attendere eidem Anthenori iurauerunt.

 

Anthenor uero uolens sue dolositatis commenta callide paliare ( lett. “coprire di paglia”) longum contexuit in sua uerborum pro­lacione sermonem, asserens in uerbis suis de multa Grecorum po­tencia, de eorum legalitate et firmitate habita in promissis, propter quod pro Grecis callidum argumentum induxit de firmitate treu­garum, quarum aliqua per eos non extitit uiciata.

 

(Anthenor)petiit et laudauit vt Heneas cum eo ad Grecos se conferat, ut ambo simul a Grecis uoluntatem eorum finalem eliciant et de obseruandis promissis per Anthenorem sint Greci in maioris roboris firmitate. Dictum uero Anthenoris communiter omnes probant. Quare Anthenor et He­neas se ad Grecos cum redeunte Talcibio contulerunt.

 

Rex vero Priamus, colloquio dissoluto, suam se secreto recepit in aulam, ubi multas lacrimas pre dolore in nimia anxietate profudit, conferens in corde suo proditorias dolositates Anthenoris et Henee, et quod omnes filios suos amiserat, tanta strennuitate conspicuos, et tanta fuerit dampna perpessus. "Et nunc, quod deterius est, necesse michi est ut me redimam ab eorum manibus qui michi tanta dispendia intulerunt, et quod pretextu redempcionis ipsius a me totum aurum exhauriant quod multo tempore cumulaui, vt demum spoliatus omnibus bonis meis in profundum paupertatis inmergar. Et O utinam esse possem de mea uita securus!" Et sic rex Pri­amus quid faciat ignorat, cum necessitate coactus illorum habeat prosequi uoluntates qui totis eorum uiribus ad suam animam delen­dam penitus et perdendam prorsus anhelant.

 

Anthenor autem et Heneas se conferunt ad castra Grecorum, ubi cum illis tribus quos Greci elegerant de prodenda ciuitate firmius tractauerunt.

 

Sequenti uero die in mane omnes Troyani in regis pallacio con­uenerunt, rege mandante, pro colloquio celebrando, vbi tunc sur­rexit Vlixes et in suorum sermone uerborum dixit illis Grecos uide­licet duo petere, restauracionem dampnorum in auri et argenti ma­xima quantitate, et Amphimacus perpetuo relegetur ab urbe sine spe aliqua redeundi, quod totum Anthenor dolose procurauit de Am­phimaco pro eo quod restitit uerbis eius quando ipse primum cum Henea dixit  Priamo pacem cum Grecis esse querendam.

 

Anthenor vero Ulixem et Dyomedem secretum trahit in locum ubi satis secure loqui poterant de dolosis archanis eorum. Et solis tantum consedentibus illis tribus, Ulixes dixit Anthenori: “Ad quid trahis tantis expectacionibus vota nostra ut res nobis a te promissa suum non consequatur effectum?”. Dixit Anthenor : “ Sciunt dii voluntatem meam quia ad nichil aliud vigilo cum Henea nisi quod promissa vobis per nos celeriter compleantur. Sed impedimentum votorum nostrorum est quedam mirabilis structura deorum, quam meo, si placet vobis, explicabo sermone”. Cui dixit Dyomedes: " Placet et gratum est nobis". Quibus Anthenor sic ait: " Certum et indubitatum est in hac urbe quod rex Ylius, qui Ylion fundavit primo in Troia, unde Ylion ex suo nomine dictum est, statuit in honorem Palladis magnum templum in hac urbe esse constructum. Quod cum totum esset perfectum in muris et non superesset nisi construi solum tectum, ex celo quoddam mirabile signum et quedam res nimium virtuosa descendit, et iuxta magnum altare divino ministerio seipsum affixit in muro, ubi ex tunc semper stetit ibidem et a nemine se baiulari permittit a loco scilicet ubi est, nisi a custodibus suis tantum, et nunc a solo suo custode videlicet sacerdote tantum, qui illud in diligencia magna custodit. Eius tamen materia, ut ab ipsis custodibus narratur, pro maiori parte consistit ex ligno. Cuius autem generis lignum sit a nemine nosci potest, nec eciam sciri qualiter in sua forma in qua est potuit esse factum. Dea vero Pallas, cuius beneficio Troyanis dicitur attributum, edixit qualis virtus in ipso ligno consistat, que talis est ut donec ipsum signum sit intus in templo vel infra menia civitatis, Troiani numquam ipsam civitatem amittent nec Troiani reges nec heredes eorum. Hec est enim spes certissima Troyanorum, propter quam securi vivunt Troyani, non timentes urbis excidium aut ruinam. Huius autem signi nomen, pro eo quod a dea Pallade creditur esse datum, Palladium communiter appellatur”. Ad hec Dyomedes dixit Anthenori: ”Amice, si ita est de Palladio ut dicis tu, superstitiosus est penitus labor noster, cum civitas propter Palladium capi non valeat nec haberi.” Anthenor vero respondit: “Si de mora nostra miramini quare promissa vobis non sunt complemento mandata, hec est sola causa quare dilata sunt usque modo. Sed cum ego hucusque tractaverim cum sacerdote custode de Palladio vobis dando furtive, de quo certam iam habemus fiduciam pro quadam auri maxima quantitate a me sacerdoti ipsi promissa, unde infallibiliter certi sumus. Quando primo erit Palladium extra menia civitatis, ad vos illud destinare curabo, et tunc pro certo perficietur in omnibus votum vestrum”.

 

 

Libro 30

Anthenor ad sacerdotem Thoantem, Palladii custodem, sub noctis taciturnitate se contulit, maximam quantita­tem auri in magno pondere secum ferens. Quam obtulit sacerdoti Thoanti, et ambobus existentibus in secreto, ei dixit Anthenor: "Ecce quantitas auri tam maxima, qua dum uixeris tu et heredes tui poteritis semper diuiciis habundare. Accipe tibi eam et da michi Palladium quod custodis, ut illud michi liceat asportare; a nemine enim sciri poterit quod a nobis duobus solummodo com­mittetur. Sane sicut tu intendis uitare Troyanorum infamiam, sic et ego, prius etenim mallem mori quam a Troyanis contra me posset inpingi me fuisse scilicet huius commissi facinoris participem uel auctorem. Propono itaque, si feceris, illud statim Vlixi transmittere ualde secreto, penes quem dum postea esse scietur, soli Vlixi poterit culpa eius ascribi. Dicetur enim Ulixem a tempio Palladium subtraxisse, et nos dato erimus ab omni nocencie crimine penitus excusati." Thoans vero sacerdos quasi pro maiori parte noctis illius uiolenter resistit uerbis Antherioris. Sed demum, antequam Anthenori sub­traheretur de nocte libera recedendi facultas, Thoans, illaqueatus in auri cupidine, Palladii subtraccionem Anthenori sponte con­cessit. Quod Anthenor statim asportauit a templo, et statim eadem nocte per nuncium suum illud transmisit ad Grecos, quod Ulixi fuit protinus assignatum. Postea uero, fama dictante, publice dic­tum est quod Vlixes sua sagacitate illud interceperat a Troyanis.

 

Sequenti uero mane, ut ficticie condictum extiterat de pace iuranda, in medio camporum extra muros ciuitatis sanctuariis ordinatis a Grecis, rex Priamus, extra ciuitatem egressus in suorum maxima comitiua, tam ipse quam Greci iuxta formam sacramenti tenere pacem firmiter iurauerunt. Quare Dyomedes primo iurauit pacem ipsam inuiolabiliter obseruare secundum quod Anthenor disposuit inter eos. Et cum Greci postea fregerint ipsam pacem, dicunt se non fuisse periuros pro eo quod cum Anthenore proditionem ciuitatis et pacem ficticie tractauerunt. Quod uerum est, licet in prouerbio dictum sit: "Qui artificiose iurat, artificiose periurat." Sic enim ut iurauit Dyomedes, maiores Grecorum ceteri iurauerunt. Rex itaque Priamus cum omnibus Troyanis suis deceptus et ignarus pacem ipsam non ficticie sed absolute iurauit.

 

Clamor igitur maximus exuberauerat vndecunque in funestis uoci­bus occisorum, et rex Priamus, tam torbido clamore audito, statim agnouit se proditum ab Anthenore et Henea.

 

Mane autem facto, in ipso lucis diluculo Greci sub ductu Anthe­noris et  Henee, publicorum sue patrie proditorum, in magnum Ylion irruerunt, nulla ibi defensione per Troyanos inventa. Propter quod vniuersos quos ibi reperiunt morti tradunt. Pirrus uero in predictum Appollinis templum ingressus, ubi rex Priamus mortem propriam expectabat, in eum irruit ense nudo, et in con­spectu impiorum Anthenoris et Henee ductorum ipsius regem Pria­mum coram altari nequiter interfecit, sic quod in multa sui effusione cruoris maior pars altaris extitit madefacta.

 

Heccuba uero et eius filia Polixena se fuge dederunt, et quo fugiant prorsus ignorant. Eis tamen fugientibus obuiauit Heneas. Cui Heccuba sic dixit in multo sui furoris ardore:  "Ha nequam prodi­tor, unde a te procedere potuit tante crudelitatis impietas ut regem Priamum, a quo tanta magnalia suscepisti, tanto ab eo magnificatus honore, passus fueris interfectores eius ad eum ducere quem debuisti tua proteccione saluare? Prodidisti patriam tuam et urbem in qua natus fuisti et in qua fuisti tanto tempore gloriosus, ut eius ruinam aspicias et eius incendia uidere non horreas quibus fumat. Saltem istius misere Polixene tuus impius animus misereri dignetur et ne­quam tuus oculus ei parcat, ut inter tot mala que feceris tibi saltem possit attribui hoc modicum bonum egisse, ut eam saluare, si potes, omnino procures antequam in manus Grecorum incidat, qui eam interficiant uel turpiter dehonestent." Ad Heccube igitur uerba motus Heneas Polixenam suscipit et eam incognite secum ducit, quam in secreto loco consignat.

 

Magna pallacia corruunt et exusta subitis pereunt in fauillis, exceptis domibus proditorum, que signo dato illese ab incendiis sunt ser­uate. Euersa igitur tota quasi funditus ciuitate, rex Agamenon in magno templo Minerue omnes maiores exercitus statuit conuenire. Quibus conuenientibus, statim ibidem Agamenon de duobus eos solicite requisiuit: vno scilicet, si seruanda sit fides illis quorum opere Greci facti sunt uictores et domini ciuitatis, uidelicet Anthe­nori et Enee; alio, quis modus sit et forma seruanda in diuidendis spoliis, diuiciis et thesauris ex ciuitate quesitis. Sed Grecorum re­sponsio fuit illa, vt Troyanis, uidelicet Anthenori et Henee princi­palibus faccionum, seruanda sit fides, per quos Greci facti sunt domini urbis.

 

 

3. La versione napoletana

Per questa raysone se credea manifestamente che lo consiglyo de quisti proce­desse per fallacia e per fraude e, sotto colore de quella pace, illi ordenassero de tradire la citate se altramente non se potessero salvare.

 

E perzò mantenente Enea et Anthenore iuraro insembla con alcuni altri loro sequace de tradire la citate e propostaro de non andare a li consigly de lo re Priamo, se nce fossero chyamati, senza grande compagnia de gente armata. Allora Enea era multo potente inde la citate de Troya de parienti et amici e nullo de li citadini era tanto ricco oy potente quanto era ipso, intanto che quase se averria potuto apparayre a la potentia de lo re Priamo. E così semelemente era Anthenore, lo quale era fortemente apparentato et avea multi servituri et amici.

 

E cossì fo determenato in quillo consiglyo per volontate de tutti che Anthenore devesse andare messayo (messaggero, lat. legatus) a li Grieci a ttractare onninamente (con pieni poteri, lat. omnimode) la pace ferma co lloro.

 

A questo Anthenore descendendo in terra fo presentato davante allo re Agamenone; e lo re Agamenone parlando co lluy per placimiento de tutti li Grieci commese ( affidò, lat. commiserunt) tutto quillo facto de quella pace in mano de lo re Credo, de lo re Ulixe e de lo re Dyomede, che zò che se nde facesse de quella abesogna per quilli tre ri tutti li altri Grieci l'aveano grato e fermo perpetualemente. E de questo foy ordenata e facta una certa scripta, a la quale tutti quilli ri e li altri caporali de li Grieci sì consentero e sigillarono; tucti et pre mayuri fermeze sì llo iuraro. Per la quale cosa quisti tre ri et Anthenore insembla co lloro retrahendose a desparte, Anthenore, chyno de onne malvastate (lat. dolositate repletus), promese a lloro de tradire la citate e de le la dare in loro potestate in tale maynera che nde poteano fare tutto quello che voleano. Tutte volte illo peteva per parte soa e de Enea suo compagnone essereno securo delle persune e dello avere loro e de tutti li parienti chi aveano. E quilli tre ri sì llo promesero volentiere e iuraro ad Anthenore de llo observare.

 

Anthenore allora, volendo sottilemente argomentare li suoy parlamienti, non demostrando niente de quello che avea in core, nè de quello che avea ordenato in trademiento de la citate, ma facendo uno luongo sermone, indello suo parlare diceva e demostrava a li Troyani la gran potencia che aveano li Grieci e la grande lianza che aveano monstrata sempre a la fermeze delle tregue passate che may per loro no nce fo facto fallire, ben che de questo avesse dicto verdate.

 

Peteva e llaudava a li Troyani che le devessero dare in compagna Enea, lo quale insembla co lluy vaga a pparlare a li Grieci, et a ttractareno insembla questa cosa e per sapereno da lloro lo finale intendemiento de zò che petevano, e che li Grieci nde potessero essere plu firmi de le essere servato zò che le fosse prommiso per parte de lo re Priamo e de tutti li Troyani, chà plu fermo è una cosa che se promette  per bocha de duy huomini che de uno. Allora tutti quilli Troyani in concordia laudavano et approbavano lo parlare che avea facto Anthenore. Per la quale cosa Anthenor et Enea insembla co lo re Caltibio se nde retornaro a li Grieci puro per questa abesogna, de volontate de tutti li Troyani.

 

Ma lo re Priamo, poy che fo levato lo consiglyo, se nde andao a la soa camera secretamente, ove lacrimando e sospirando despectosamente compyagitavasse (“compiangeva”) li suoy doluri, arrecordandose in core suo cha le erano muorti cutanta suoy figlyoli veraci e bastardi, cossì valienti et arditi in vattaglya et avea patuti cutanta domagi da li Grieci; e modo le sapea peyo che se volea recattare da lloro, neccessariamente contra la soa voluntate, per mano de quisti suoy vas­salli tradituri, a li quali illo nulla fidanza avea, e che pre questa accaysune le convenea de le dare per quisto reccatto tutto lo thesauro suo, lo quale illo se l'avea acquistato con gran fatica per multo tiempo passato; e poy illo devea romanire privato de tutto lo bene suo e povero. E volesse Dio che con tucto questo illo fosse securo de la vita soa, de la quale illo non se ben confidava! E stando lo re Priamo in cutali pinsieri non sapea che se fare tempestando multo, perzò cha puro le abesognava, constricto per quella necessetate de sequetare (“seguire”, lat. prosequi) lo volere de quilli, li quali con tutto lo potere loro se sforzavano a destructione soa e de tutti li suoy.

 

Poy Anthenore et Enea retornaro ancora a li Grieci e parlaro con quilli tre ri solamente, li quali foro eliecti da tutti li Grieci a ffornire quisto tractato e fermare plu co lloro lo facto, e declararo tucte le cose appertamente commo se deveano declarare che no nce fosse scrupulo nullo de errore, tanto dello publico quanto dello privato, sopre lo facto dello trademiento.

 

Lo sequente matino tutti li Troyani per commandamiento de lo re Priamo se assemblaro a lo palazo riale per audire lo parlamiento. Ove levandose lo re Ulixe in piede disse a lloro che li Grieci  peteano a lloro doy cose. L'una sì era de avere grande quantitate de auro e de argiento per la satisfatione de li lloro domagi (francese “dommages”, danni), e ll'altra era che Amphimato, lo figlyo de lo re Priamo, se devesse scazare (scacciare)da Troya senza speranza de no nce retornare iammay. E tucto questo le procurao Anthenore, chyno de fallacia e de malvastate, perzò che Anthenore quando parlao de la pace inprimamanente co lo re Priamo, Amphimaco le resposse e contrastao multo a le parole soy .

 

De poy finuto quillo consiglyo tutti quilli chi erano stati venuti ad audire quillo parlamiento se nde retornaro alle lloro maysune (francese “maison”). Allora Anthenore, andando per la citate insembla co lo re Ulixe e co lo re Dyomede, portaondelle ad uno luoco remuoto ove ben secretamente poteano parlare intre lloro de li fatti che aveano a ffare insembla e dell'altre loro fraude dolose e tradite, et essendo tutti III solamente e non altre, et assettati, Ulixe disse ad Anthenore cossì: «Che èy da fare no ne dare plu longhe, fa che quello che tu ne ay promiso se facza toste senza tardanza». Et Anthenore resposse a lluy: «Li Diey nuostri sapeno la voluntate mia, che a null'altra cosa vacamo eo e lo compagnone mio Enea, se non de met­tere a ffine quello che ve avimmo prommiso. Viro è cha nce èy uno impedicamiento (impedimento)e non altro, lo quale se ve place de llo sapere eo ve llo dicerrayo». E Dyomede resposse cha le placea et era a lloro multo grato a ssaperello. Allora disse Anthenore a lloro cossì: «Signuri, certa cosa èy che uno signore chi se clamao lo re Ylio sì fondao antiquamente questa citate de Troya, lo quale a lo suo nobile e riale palazo posse nommo Ylion, per semeglyanza della nommo (nome) soa, e da quillo tiempo sempre èy stato chyamato cossì lo suo palazo Ylion. Quisto re Ylio fece fare in questa citate uno tiemplo ad honore de la dea Pallas multo bello e grande, lo quale essendo tutto schyomputo (compiuto)de la mura e no nce romanendo a ffare altro se non solamente lo ticto de sopre per lo coperire, sobetamente descese da cielo uno maraviglyoso signale et una cosa multo vir­tuosa; e per ministerio divino, secundo che credimmo, se ficcao a lo muro de quillo tiemplo appriesso all'altare grande ove èy stato sempre da tando, da chì modo(“da qui a mo’” da allora a ora), e no se fa toccare nè movere da quillo luoco ove sta da nulla persone, se non da li prievite (preti, sacerdoti) chi so' deputati a guardarelo. E modo no nc'èy altro che lo guarde se no uno santese (santuomo) chi se clama lo prevete Thoante, lo quale lo guarda multo sollicitamente. E la materia de quisto virtuoso signale consiste per la mayure parte de ligname, secundo che se cunta da quilli che l'aveno guardato e guardano; e lo ligname de che se sia iammay non se potte canoscere nén sapere, né se potte may devisare la forma in che muodo fo facto. Ma quella dea Pallas, da la quale se dice e tene che per suo beneficio nce fosse stato mandato a lo tiemplo suo et attributo e concieso in priemio a li Troyani, sì iudicao la virtute che ave quillo santo ligname, la quale è chesta: che mentre quillo signale miraculuso e sollempne serrà dentro in quillo tiemplo, o dentro la mora (mura)de la citate de Troya, iammay li Troyani non potemmo perdere questa citate, né li ri signuri de Troya e lla rede lloro che nascerranno da illi. E questa èy la speranza certessema de li Troyani, per la quale securamente viveno in Troya e non dovetanno (dubitando, temendo) nén de periculo nén de ruyna. E la nomo de quisto signale, perzò cha se crede e tene che da quella dea Pallas sia stato mandato, èy chyammato commonemente lo Palladio virtuoso». A questo lo re Dyomede resposse ad Anthenore: «Amico mio, adunqua si cossì èy de quisto Palladio, secundo che tu ay dicto, nuy faticammo in bacante (a vuoto) da poy che la citate non se pote piglyare per quisso Palladio che sta dentro». Et Anthenore resposse a lluy: «Se vuy ve meraviglyati de la nostra ademoranza (ritardo), perché quello che ve avimmo promiso non èy stato puosto in chyompemiento, questa è solamente la caysune perché èy stato sperlongato (ritardato) da chì mo'. Ma bene èy lo viro (vero) che eo nde ayo incommenzato a pparlare con quillo prevete guardiano  chi lo tene in guardia de ve fare avere quisto Palladio fortivamente; et ayo ià certa speranza de lo poteremo avere alle mano nostre per una gran quantetate de auro che nd'ayo promiso a cquillo prevete per l'avere. Sì che siate ben certi che, sì toste che eo porrayo (potrò) avere lo Palladio de fore la mura de Troya, eo ve lo manderayo incontenente, et allora serrite ben securi cha lo facto nuostro serrà spedecato (sbrigato)». E coss’ quillo consiglyo fo despartuto (condiviso) intre lloro.

 

 

Libro 30

Intre questo, mentre che queste quantetate de auro e de argiento se recoglyevano per li Troyani, zoè per quella parte che nde toccava lloro, Anthenore partendose dallo re Priamo andaosende secretamente  de nocte a lo prevete Thoante, quillo chi guardava lo Palladio virtuoso, e portao con sico una gran quantetate de auro, la quale largamente la proferze a lo prevete, e disse a lluy secretamente queste parole: «Ecco chesta grande quantetate de auro che vide de la quale mentre che serray vivo tu e la rede toa (i tuoi eredi) nde porray essere sempre may ricco, piglyatela e sia toa, e damme lo Palladio chi tu guarde azò che mme sia licito a pportarendilo: da nullo se porrà iammay questa cosa sapere, la quale solamente per nuy duy se fa. E voglyo che sazi (sappia) certamente che, commo tu piensi de schyfare (schivare)la 'nfamia toa da li Troyani, cossì eo medemo penso de schyfare la mia; e plu toste eo vorria morire che vivere, se questa cosa me se potesse imponere contra da li Troyani, che eo fosse stato partecipante oy facitore de quisto peccato. Promette certamente sopre la mia lianza (lealtà), se tu questa cosa farray, de lo mandare mantenente ad Ulixe ben secretamente, e poy, como lo facto se venerrà sapendo cha lo Palladio ave con sico () lo re Ulixe, a nnullo homo nde serrà data la colpa se non ad ipso sulo. E serrà dicto cossì, che Ulixe per la soa sagacità e maystria ave raputo lo Palladio da lo tiemplo e nuy duy nde sirrimmo (saremo) scusati e niecti (netti) da onne infamia». Ma quillo prevete Thoante, quasi per la mayure parte de quella nocte negandollo, contrastao multo con Anthenore, et a la fine, nante (prima) che Anthenore se partesse da lluy con licencia, lo misero sacerdote Thoante, ripriso et alliccato (avvinto, lat. illaqueatus) de la cupiditate arzolenta (ardente) de quello auro, donao liberamente ad Anthenore quillo Palladio e consentiole che se nde lo portasse ove le placesse. Et Anthenore mantenente quella nocte lo mandao ad Ulixe per lo suo messayo ben fedele, lo quale quillo messayo poy l'assennao a lo re Ulixe. De poy alcuni iuorni divolgandosse la fama de quillo Palladio, dicevasse publicamente che Ulixe per soa sottilitate et industria lo avea procurato et avuto da li Troyani.

 

Venendo la sequente maytina, secundo che era stato ordenato per li tractaturi de la pace viciosamente de lo muodo che se devea tenere a lo iurare in miezo de li campi fore la mora de Troya ove foro ordenate da li Grieci cierti santuarie, lo re Priamo insio (uscì) fore la citate de Troya in gran compagna de multi suoy familiari e iurare la pace. E tucti iuraro che tenere la pace ferma e liale, secundo la forma e lo muodo de li pacti. Inprimo iurao lo re Dyomede de avere la pace ferma perpetuamente, secundo che Anthenore proposse e parlao intre lloro. E poy iurao lo re Priamo puramente (lealmente)non pensando a nulla fraude né a nulla malvastate, se ben fo gabato da lloro la soa intentione puro fo liale. Appriesso iuraro alcuni dell'altri mayuri citadini de Troya semelemente senza fallacia, credendo che la intentione de li Grieci fosse stata cossì pura e netta commo era stata la lloro, e cossì foro tucti gabati. Appriesso iuraro tutti li altri ri e mayuri caporali (comandanti) de li Grieci, e commo li Grieci roppero poy la pace venendo contra lo sacramiento (giuramento) lloro e de quello che aveano promiso, volendonosse scusare, dicevano cha non erano stati periuri, perzò che lo tradimento de la citate e la pace fallace era stata trattata con Anthenore viciosamente e non liale. E fuorse per la ventura averriano ben dicto, se non fusse cha lo proverbio se trova scripto in contrario lo quale dice cha chi iura ad inganno, ad inganno se speriura.

 

Allora lo re Priamo, audendo quillo remore turbido e paguroso e rresbeglyandosse, canosceo mantenente ca era traduto da Enea et Anthenore suoy vassalli, e schyoppando (scoppiando) a pplangere dolorosamente levaose ben toste da lo liecto e vestiose quilli panni che potte (potè, lat. potuit).

 

Schyarando iuorno all'ora dell'albore li Grieci a conducimiento de Anthenore et Enea, crodili (crudeli) tradituri de la patria lloro, andarosende a cquillo forte riale e famuso palazo, Ylion nomenato, ove non trovare defensione de nulla persone che a lloro resistisse, e montando suso tutti quilli che nce trovaro occisero. E Pirro lo figlyo de Achille trasendo a lo tiemplo de lo Dio Apollone trovaoce lo re Priamo, lo quale senza dubio se aspettava la morte soa. E commo Pirro l’appe canosciuto, a demostramiento (indicazione) de li falsi traditori Anthenore et Enea in presentia lloro chi lo conduceano, Pirro co la spata che tenea in mano nuda occiselo crodelemente denante all'altare. E per lo multo sangue che habondava de lo cuorpo de lo Re Priamo la mayure parte de quillo altare se nde bagnao.

 

Intre questo la regina Ecuba levandose da la camera e piglyando a mano la soa figlya bellessema Polissena possese (si mise) allo fugire non sapendo perzò dove se gire. E cossì a la 'mpressa commo fugevano scontraole Enea, piessimo traditore, a lo quale la regina Ecuba commo l’appe (ebbe, lat. habuit) veduto mon­tando in grande ira le disse queste parole: «O malvaso traditore, commo potte procedere da tene tanta crodeletate de vedere occidere lo re Priamo tuo signore, da lo quale fuste tanto magnificato de honore, e da chi tanta recipisti grandezza che da nullo se non da lluy aviste lo stato tuo magnifico e pompuso, et aylo consentuto ad occidere per li suoy crodili nemici, lo quale ben lo divisti plu toste co la toa defensione salvare? Ay traduta la citate e la patria toa, ove fuste nato e dove vivisti lo tiempo de la vita toa cossì gloriosamente, per la vedere ardere e fumare commo vide. Ora mo' crego (credo) cha si' consolato, se ay a vivere a lo mundo tu vederray se te nde accrescerà perzò honore o vergogna. Allo manco (almeno), o misero, de questa taupinella (tapina) vergene  Polissena, figlyola mia, agi (abbi) pietate, e de buon core, non cossì falsamente commo ay facto l'altro, piglyala e salvala se tu poy, che non 'ncappe (incappi)in mano de li Grieci che la occigano (uccidano) oy che le fazano iniuria vetoperosamente azò che, intre tanto male che ay facto, pozatesse (ti possa) parere avere facto questo poco de bene». A queste parole de la regina Ecuba, Enea se mosse a misericordia e piglyao Polissena e menaola con sico scanyatamente (per caso, non di sua iniziativa) e portaondela ad uno luoco multo secreto et occulto e lloco la nascose.

 

De poy li Grieci durando puro a la loro crodeletate quillo fortissimo e nobele palazo riale, lo quale se clamava Ylion, commo yà èy dicto, determinaro puro che fosse abattuto e, puostonce fuoco per loro, tanto a cquillo palazo quanto a ttutta la citate, ardeva Troya grandessema e famosa citate; ardeva quillo bello palazo riale, et ardevano li hedificii e li altri palazi, e tutti li tiempli de quella citate e tutti fummavano per le flamme che nde insivano altesseme  dallo fuoco; e tutto l'ayro nde pare perzò nigro e corrupto, eccepto le case de li traditori le quale per uno cierto signale foro servate da quillo inciendio e non foro arse. Poy che Troya fo tutta quase caduta e derrupata (abbattuta), inde lo gran tiemplo de quella Dea Minerva lo re Agamenone fece clamare a consiglyo li mayuri caporali de quillo exiercito. E, convenuti insembla in quillo tiemplo lo re Agamenone de duy cose le requiese sollicitamente, zoè ll’una se se devea servare la fede a cquilli per li quali li Grieci erano facti vincitori e signuri de la citate; e ll’altra che muodo e che ordene se devano tenere a partire le richeze e lo thesauro de li Troyani. E la resposta de li Grieci fo questa: che a li traditori, zoè ad Anthenore et Enea et a li parienti lloro destructi se devesse servare la fede che l'era stata prommesa, per li quali li Grieci erano facti signuri de Troya.

 

 
 

 

 

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